Julien Sorel: chiacchierata con un personaggio che non volevo incontrare

Pubblicato il 9 febbraio 2026 alle ore 07:41

Finora ho avuto il piacere di conversare con personaggi letterari con cui il rapporto lettore-protagonista poteva definirsi, se non armonioso, quantomeno civile. Questa volta, però, ho deciso di seguire quel consiglio pedagogico che viene dispensato con insistenza quasi morale: uscire dalla propria zona di comfort. Operazione che, applicata alla letteratura, significa talvolta sedersi a un tavolino con qualcuno che non inviteresti mai spontaneamente a bere un caffè. È quello che ho fatto questa mattina, scegliendo deliberatamente un personaggio che, fin dalle prime pagine del suo romanzo, mi aveva messo in allerta più di un campanello etico. L’idea era semplice (e un po’ presuntuosa): verificare se un’analisi ravvicinata potesse incrinare il mio giudizio sul protagonista di uno dei grandi classici della letteratura francese, Il rosso e il nero. Ebbene sì, parliamo proprio di lui: Julien Sorel. Ambizioso patologico, campione di dissimulazione, arrampicatore sociale con una spiccata allergia agli scrupoli — almeno secondo il mio personale atto d’accusa. Oggi, però, ho deciso di offrirgli la parola. Non per assolverlo, sia chiaro, ma per capire se dietro tanta strategia si nasconda qualcosa di più interessante di un semplice calcolo.

Per alcuni di voi, persino la location scelta per questo incontro potrebbe apparire come una provocazione, una frecciatina di cattivo gusto, ma vi assicuro però che si è trattato di una decisione (quasi) del tutto casuale. L’incontro si svolge infatti in un bar-terrazza affacciato sulla città. Forse, senza rendermene conto, ho voluto mettere alla prova Julien, collocarlo per una volta in una posizione elevata, offrirgli l’illusione di uno sguardo dominante sul mondo sottostante. Oppure, più semplicemente, sono stata sedotta dalle entusiastiche recensioni sulle infinite varietà di tè servite qui. Probabilmente entrambe le cose. Quando ho visto Julien comparire dalla tromba delle scale che conduce alla terrazza, la sua espressione mi ha colpita immediatamente: uno sguardo assorto, gli occhi che scivolavano rapidi da una vetrata all’altra, il petto sollevato da respiri profondi — non escludo che la causa fosse anche la trentina di gradini appena affrontati. Alla mia vista si è avvicinato con un’aria spenta; solo nel momento in cui ci siamo stretti la mano ha abbozzato un sorriso appena percettibile. Non mi aveva ancora guardata negli occhi. Per un istante mi sono chiesta se fosse davvero lui, Julien Sorel. Abbiamo ordinato — io un tè esotico dal nome impronunciabile, il mio ospite un caffè semplice, quasi ostentatamente tale — e non ho indugiato oltre.

Julien, sarò franca con te: non sei mai stato un personaggio capace di conquistare facilmente la mia simpatia. Oggi, però, ho deciso di sospendere il giudizio e di capire se un confronto diretto — faccia a faccia, senza il filtro delle pagine — possa restituirmi un’immagine più nitida di te. Cominciamo da una domanda forse semplice solo in apparenza: se oggi non fossi il protagonista di un romanzo, chi saresti davvero? Un uomo guidato dall’ambizione, un ribelle fuori tempo massimo, o qualcuno che, più di ogni altra cosa, cerca disperatamente riconoscimento? 

J.S:Se non fossi inchiodato alle pagine di un libro, temo che sarei comunque un uomo in lotta. Non conosco altra condizione che quella della tensione: tra ciò che sono e ciò che vorrei apparire, tra il mio ingegno e l’umiliazione della mia nascita. Forse sarei un precettore dimenticato, o un ecclesiastico senza vocazione, ma in ogni caso un uomo che soffre in silenzio vedendo mediocri trionfare dove a lui è concesso solo obbedire. Non ho mai desiderato la quiete; ho desiderato il riconoscimento.

 

Hai mai avuto l’impressione che la tua intelligenza fosse più un ostacolo che un dono? 

J.S: La mia intelligenza non mi ha mai reso felice. Essa mi ha permesso di comprendere troppo presto la bassezza degli uomini e l’arbitrarietà delle gerarchie. Chi comprende, soffre. Chi soffre, dissimula. In me l’intelligenza ha scavato un solco che mi ha separato dagli altri, rendendomi incapace di quella leggerezza che vedo nei volti soddisfatti di chi non si pone domande. Essa mi ha dato armi, sì, ma mi ha anche privato dell’innocenza.

 

Parli spesso di Napoleone come di un modello. È davvero un ideale politico o piuttosto un sogno personale di riscatto?

J.S: Napoleone non è stato per me soltanto un uomo o un imperatore: è stato una prova. La prova che il genio può infrangere le barriere della nascita, che il mondo non è immobile come i miei contemporanei vorrebbero far credere. Io non ho mai sognato il potere in sé, ma la vertigine dell’ascesa. Dopo di lui, il mondo ha voluto tornare indietro, e io mi sono sentito un anacronismo vivente, un soldato nato in tempo di pace.

 

L’amore, per te, è stato una strategia o una necessità? Con Madame de Rênal e Mathilde hai amato nello stesso modo? 

J.S: All’inizio ho creduto che l’amore fosse una conquista, quasi un campo di battaglia. Con Madame de Rênal ho scoperto, mio malgrado, una dolcezza che mi ha spaventato più di qualsiasi pericolo. Con Mathilde, invece, ho amato l’idea di me stesso riflessa nei suoi occhi: l’eroe, l’eccezione. Se ho amato, l’ho fatto sempre con violenza, perché non conosco sentimenti tiepidi. E forse è proprio questo il mio errore più grande.

 

Ti senti vittima della società che ti circonda o corresponsabile della tua caduta? 

J.S: Sarebbe comodo accusare il mondo, la Restaurazione, l’ipocrisia dei salotti e del clero. Ma non posso assolvermi del tutto. Ho scelto di odiare, di disprezzare, di colpire. Il destino mi ha posto in una posizione sfavorevole, è vero; ma sono stato io a trasformare l’orgoglio in rigidità e l’ambizione in furore. Sono figlio del mio tempo, ma anche artefice della mia rovina.

 

Che rapporto hai con l’ipocrisia? La disprezzi… o l’hai imparata troppo bene? 

J.S: Disprezzo l’ipocrisia con la stessa intensità con cui la pratico. In un mondo dove la sincerità è una colpa, mentire diventa una forma di autodifesa. Ho osservato uomini vuoti prosperare grazie a parole che non credevano; ho imparato da loro, ma senza mai perdonarmi. L’ipocrisia è la lingua ufficiale della società, e io l’ho parlata con accento straniero.

 

Se potessi parlare al giovane Julien che studiava latino in provincia, cosa gli diresti davanti a questo caffè? 

J.S: Gli direi di non confondere la grandezza con la durezza. Gli direi che l’orgoglio può sostenere, ma anche spezzare. Forse gli suggerirei di diffidare delle proprie fantasie eroiche, nate più dalla frustrazione che dalla vocazione. Ma temo che non mi ascolterebbe: ero già allora troppo impaziente di dimostrare il mio valore a un mondo che non aveva chiesto nulla di me.

 

Pensi che la felicità sia incompatibile con l’ambizione? Oppure sei tu a non aver mai saputo riconoscerla? 

J.S: Ho creduto che la felicità fosse una debolezza, un lusso per chi non aspira a nulla. Ora penso che fosse semplicemente qualcosa che non sapevo riconoscere. L’ambizione mi ha dato un senso, ma non una pace. Forse la felicità esige una resa che io non sono mai stato capace di concedere. Ho voluto vincere, non vivere.

 

Molto bene, ho solo un’ultima domanda da porti. Se i lettori di oggi ti giudicano severamente, cosa vorresti che capissero di te prima di farlo? 

J.S: Non chiedo indulgenza. Chiedo comprensione. Non sono un mostro né un eroe, ma il prodotto di una società che premia la nascita e punisce il talento quando osa alzare la voce. Se mi giudicate, fatelo sapendo che ogni mio gesto è stato compiuto sotto il peso di uno sguardo ostile. Ho sbagliato, sì. Ma ho sentito con intensità, e questo, forse, è già una forma di verità.

 

Solo dopo quest’ultima domanda mi sono resa conto di non aver quasi sfiorato il tè nella mia tazza, ormai freddo. Nemmeno Julien aveva bevuto il suo caffè, ma io dovevo andare. Gli ho detto che lo avrei atteso fino a quando non avesse finito, ma ha insistito perché non lo facessi e perché mi affrettassi verso il mio prossimo appuntamento. L’ho ringraziato con deferenza e me ne sono andata. Una volta scesa in strada, ho realizzato che, mentre parlavamo, la città sotto di noi aveva continuato la sua vita indifferente. Non so dire se questo incontro abbia cambiato il mio giudizio su di lui — forse no, almeno non nel modo radicale che certi personaggi sembrano pretendere — ma di certo lo ha complicato. E in letteratura, come nella vita, complicare è spesso più onesto che assolvere. Julien resta ambizioso, irrisolto, profondamente scomodo; ma ora mi è anche più chiaro quanto questa sua scomodità sia il riflesso fedele di un mondo che non lasciava spazio a chi rifiutava di restare al proprio posto. Scendendo dalla terrazza ho avuto la sensazione che Julien fosse rimasto lì, sospeso tra l’alto e il basso, tra ciò che desidera e ciò che gli è concesso. Ed è forse proprio in questa sospensione che continua, ancora oggi, a interrogarci.

 

Martina

E tu, cosa ne pensi del personaggio di Julien Sorel? Sei riuscito a comprenderlo oppure ancora oggi non riesci a giustificare il suo comportamento? 

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