Una stanza tutta per loro

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Marguerite Yourcenar, Grace Frick e Jerry Wilson: tra amore e dipendenza

Conoscere le storie d’amore degli autori è da sempre, per me, una fonte di irresistibile curiosità. Scoprire le dinamiche — travagliate o felici — delle loro relazioni li rende immediatamente più vicini, più umani; leggere le lettere scritte di loro pugno all’amata o all’amato mi ha sempre ricordato quanto tutti noi, dal grande scrittore premio Nobel al più comune dei lettori, siamo ugualmente vulnerabili davanti all’amore e a tutto ciò che si porta dietro. Oggi le collane dei classici delle case editrici pullulano di corrispondenze epistolari e diari d’autore e, sebbene qualcuno di loro probabilmente si rivolti nella tomba invocando il diritto alla privacy, credo che queste pubblicazioni ci permettano di avvicinarci davvero agli scrittori, al loro lato più intimo e meno monumentale. Di storie d’amore da raccontare ce n’è l’imbarazzo della scelta — da quelle felici e platoniche a quelle tormentate e febbrili — ma oggi voglio soffermarmi su due legami particolari, forgiati non solo dal sentimento, ma anche, e forse soprattutto, dalla dipendenza. Parlo di due relazioni di Marguerite Yourcenar: quella con Grace Frick e quella con Jerry Wilson.

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Hans Christian Andersen: un pessimo coinquilino

Sono pronta a scommettere che a molti di voi il nome Hans Christian Andersen suoni vagamente familiare… o forse del tutto nuovo. Eppure, so per certo che le sue storie vi hanno accompagnato fin da piccoli. Se vi dicessi che è lui l’autore de La principessa sul pisello, Pollicina, La sirenetta, Il brutto anatroccolo e La piccola fiammiferaia, allora sono sicura che vi suonerebbe subito più noto, vero? Le sue fiabe hanno fatto il giro del mondo, eppure il suo nome non viene ricordato quanto meriterebbe — un po’ ingiusto, se pensiamo a quanto l’autore danese abbia influenzato la letteratura popolare e l’immaginario collettivo di generazioni intere.

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Pirandello: l’insuccesso di un uomo di successo

Personalmente, devo molto a Luigi Pirandello. In terza superiore ero stata colpita da un grave blocco del lettore, tanto che mi ero convinta che non sarei più stata capace di iniziare e terminare un libro per il resto della mia vita (sì, sono drammatica, lo so). Poi è arrivato lui, Il fu Mattia Pascal, in sella ad un cavallo bianco, capofila della lista dei libri da leggere per le vacanze. Da lì è cambiato tutto, non ho più smesso di leggere e soprattutto non ho smesso di leggere le sue opere (anche se ancora qualcosa mi manca). Eppure, molti storceranno il naso a sentirlo nominare. Sono certa che ricorderete l’interminabile biografia riportata sul manuale di letteratura italiana, forse una delle più lunghe dato che “non gli era bastato scrivere novelle, saggi e romanzi: doveva pure darsi al teatro!”. Ebbene sì, pure la lista dei suoi scritti somigliava molto a quella che stila la nonna per il pranzo di Pasqua, e nessuno aveva la minima intenzione di impararli a memoria. Quella di Pirandello fu una vita costellata di successi, fino al più grande riconoscimento per uno scrittore: il Nobel per la letteratura nel 1934 (che tra parentesi, non poté neanche ritirare di persona per motivi di salute). Insomma, ecco come ce lo presentavano alle superiori: un gigante della letteratura italiana, uno di quelli a cui non saresti degno neanche di lucidare le scarpe. Non c’è ritratto meno veritiero di questo, e ogni volta che sento parlare di questo autore in simili termini me ne dispiaccio profondamente. 

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Lettere da una bambola: l’umanità segreta di Kafka

Partiamo da un presupposto: a scuola non ho studiato Kafka. O meglio: nel manuale di letteratura c’era un paragrafetto esile, infilato in una delle ultime sezioni dell’antologia, e quello fu tutto. È stato solo dopo, a distanza di anni, che ho recuperato la conoscenza di questo autore straordinario. Finite le superiori, ero curiosa di capire cosa significasse davvero il termine “kafkiano”, che all’epoca si usava con tale frequenza da sembrare qualsi una moda. Da allora ho letto La metamorfosi e Il processo (mentre Lettera al padre e Il castello mi chiamano con trepidazione dalla libreria) e da questo primo incontro con Kafka ho capito due cose:  

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