Cose da lettori

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Gli audiolibri: pro e contro di un’ascoltatrice con esperienza

Per la nostra rubrica “Cose da lettori”, questo mese voglio parlare degli audiolibri e del recente fenomeno che ha visto la crescita esponenziale degli ascolti su piattaforme come Storytel, Audible, BookBeat e molte altre. Il fenomeno degli audiolibri non riguarda solo il settore editoriale, ma anche — e soprattutto — il rapporto del lettore con l’oggetto libro e con l’universo che esso contiene. Del resto, l’ascolto costituisce una modalità inedita di fruizione del contenuto di un libro, anche se in realtà si tratta di una pratica molto più antica di quanto pensiamo. Come molti probabilmente sapranno, il libro stesso, in origine, era un oggetto estremamente prezioso e non esistevano molti esemplari in circolazione. È per questo motivo che il testo era concepito per una lettura comunitaria, in cui una sola persona leggeva ad alta voce mentre il gruppo ascoltava. Poi, con la diffusione del libro e l’invenzione della stampa, la lettura si è trasformata in un’attività privata e silenziosa, certamente più intima e personale. Ma pensiamo anche a quella sterminata tradizione orale di favole, fiabe e novelle che, in ogni parte del mondo, sono state tramandate di generazione in generazione, creando un materiale nuovo e stratificato, nel cui nucleo pulsano ancora le voci degli antichi cantastorie. Io, che sin ha quando ho memoria ho sempre ascoltato con gioia le storie raccontate da mia nonna, sono un’ascoltatrice ormai ben allenata e una ferma sostenitrice del recente boom degli audiolibri, che — forse inconsapevolmente — ha fatto riemergere la dimensione originaria della lettura e che spero possa risvegliare in noi una capacità assopita da tempo: quella dell’ascolto. 

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Perché regalare un libro a Natale (o meglio, perché non farlo)?

Da buoni bibliofili quali siamo, ammettiamolo: sotto l’albero di Natale vorremmo solo libri.  Montagne di libri, più di quanti potremmo leggerne in una vita intera (chiamatemi pure esagerata e materialista, non mi importa). Nei miei sogni più reconditi immagino un immenso abete addobbato in rosso e oro, circondato da pile e pile di volumi. Poi però mi sveglio e devo fare i conti con la realtà: con la sciarpa dalla fantasia improbabile regalata da mia zia e che finirà in fondo all’armadio, o con quelle pantofole rosse che l’amica di mia madre era certa che facessero proprio al caso mio. Per non parlare dei bagnoschiuma formato viaggio che colleziono dai dodici anni, dei set di tè e tisane dall’aroma indefinito, delle creme per le mani (di cui possiedo ormai una collezione degna di chi abbia almeno venti paia di mani). E potrei continuare ancora. Eppure, tutti questi doni restano speciali ai miei occhi. Basta un pacchetto — piccolo o grande, rigido o informe — purché avvolto in carta colorata e sormontato da un fiocco sgargiante per strapparmi un sorriso immediato. Perché sono fermamente convinta che si debba essere grati a chi dedica un pensiero (oltre che i suoi soldi) per farci un dono, indipendentemente da cosa contenga.

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Come diventare più empatici? Basta un libro (o anche due)

Tempo fa ho letto un libro (vi stupirete, ma stavolta non si tratta di un classico della letteratura) che mi ha particolarmente toccata.   E per “toccata” intendo dire che quelle mille pagine mi hanno procurato almeno tre ore di pianto e una quantità incalcolabile di minuti passati a contemplare il muro di camera mia (a mio parere, sintomo di un libro ben riuscito). I miei amici già sapranno di quale libro parlo: gliel’ho consigliato in maniera petulante e tuttavia insufficiente, visto che nessuno di loro se l’è ancora procurato (e da qui nasce la spiacevole consapevolezza che il prossimo passo potrebbe essere il ricatto).

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Perché si leggono i classici (e perché continuano a ripetercelo)?

Quante volte a scuola ci siamo sentiti sprofondare nelle scomode sedie di legno quando la professoressa annunciava alla classe la temuta lista dei libri da leggere durante le vacanze? Oppure, quante volte, nel prepararci all’interrogazione di italiano, avremmo voluto dare fuoco a quelle minacciose antologie e andarci a prendere un bel gelato? Siamo sinceri: salvo poche rare eccezioni, queste sono le tipiche reazioni dei ragazzi di ieri e di oggi. “Eppure”, si sarà chiesto qualcuno (non oltre la terza fila), “deve pur esserci un motivo per cui vogliono farci leggere questi autori che puzzano di forma aldeide!”. La risposta è sì. Tuttavia, una simile refrattarietà non si registra unicamente tra i banchi di scuola. Anche gli adulti, spesso, non prendono minimamente in considerazione di abbandonarsi alla lettura di un classico, e le motivazioni fornite sono più esilaranti di quelle che si scrivevano un tempo sul libretto delle giustificazioni. Tra le frasi più accreditate abbiamo “No, non posso: è da intellettuali”, “Oh no, sono pesanti e non adatti allo svago”, oppure l’iconica “Leggere? E chi ha più il tempo di farlo?” (“Compiti non svolti perché pensavo fosse domenica”, del mio compagno di classe Giacomo, era decisamente più credibile). 

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