Sebbene questa rubrica si intitoli “Ci vediamo per un caffè?”, i miei ospiti sono sempre liberi di scegliere il luogo che più li rappresenta: non necessariamente una caffetteria. Lo specifico perché, per questa intervista, non ci saranno tazze di tè fumanti né biscotti glassati. Al loro posto, troveremo il tintinnio del ghiaccio contro il vetro e l’aria densa del fumo di sigaretta di uno speakeasy sotterraneo, nascosto al resto del mondo. Si tratta di un club estremamente esclusivo, la cui esistenza è nota a pochissimi eletti; io stessa ho potuto accedervi solo grazie al benestare dell’ospite di questo mese. Seguendo l’indirizzo ricevuto, mi sono infilata in un vicolo stretto e poco illuminato. Ho bussato quattro volte a una minuscola porta bordeaux e dall’altra parte, una voce maschile mi ha chiesto la parola d’ordine — che mi è stato severamente proibito di rivelare. Poco dopo, la porta si è aperta: un uomo alto, in smoking bianco, mi ha accolto con un sorriso bianchissimo e mi ha invitata a seguirlo. Appena discesa una lunga rampa di scale mi sono ritrovata in un seminterrato sorprendentemente ampio, inondato di luci soffuse e velato da una leggera cortina di fumo che mi ha subito strappato un colpo di tosse. Alla mia sinistra dominava un lungo bancone di legno scuro: un barista in gilet nero stava asciugando un bicchiere, senza distogliere lo sguardo dalla donna che, su un piccolo palco in fondo alla sala, cantava al ritmo incalzante del ragtime. Credetemi: lì il tempo si era fermato agli anni Venti. Avevo sentito spesso parlare di luoghi come questo, ma li avevo sempre creduti delle semplici leggende. I clienti indossavano abiti d’epoca; alcuni fumavano e conversavano sottovoce, altri erano rapiti dalla performer e dai musicisti, altri ancora chiamavano il barista per un altro giro. L’uomo in smoking bianco, rimasto alle mie spalle, mi ha posato una mano sulla spalla e, indicando un tavolino appartato in un angolo, ha detto: “Prego, il signor Gatsby la sta aspettando, signorina”.
Dopo averlo ringraziato, mi sono avvicinata. Gatsby, non appena ha incrociato il mio sguardo, con un sorriso smagliante ha sollevato il bicchiere in segno di saluto e ha bevuto un altro sorso di quello che doveva essere whisky. Ci siamo salutati cordialmente e l’ho ringraziato per avermi condotta in un luogo così magnifico. Ho ordinato per me un analcolico all’ananas e per lui un altro whisky; poi Gatsby mi ha invitata a tirare fuori il mio taccuino e a iniziare l’intervista. Sembrava sinceramente curioso.
Signor Gatsby, questo luogo sembra riflettere perfettamente il suo mondo. Cosa rappresentano per lei posti come questo speakeasy?
J.G.: Vede, signorina, certi luoghi non servono solo a bere o a nascondersi dalla legge come molti potrebbero pensare. Servono soprattutto a ricordare. Qui sotto non entra la luce impietosa del giorno, ma solo quella più gentile delle illusioni. Negli speakeasy il tempo smette di correre in avanti e torna a girare in tondo, permettendo agli uomini di incontrare versioni di sé che credevano perdute. Questi sotterranei sono rifugi per chi ha bisogno di sentirsi qualcun altro — o addirittura se stesso — anche solo per una notte. Qui nessuno chiede da dove vieni o dove stai andando; conta soltanto chi scegli di essere mentre la musica suona.
Molti la descrivono come un uomo che si è costruito da solo. È davvero così?
J.G.: Costruirsi da soli è un’espressione affascinante, non trova? Tuttavia può essere ingannevole. Nessuno nasce dal nulla, questo è chiaro, io ho solo avuto il coraggio — o l’ardire se preferite — di credere che il mio destino potesse essere riscritto. Ho osservato a lungo il mondo prima di decidere che posto occupare al suo interno, studiando i gesti, le parole, perfino i silenzi di chi sembrava appartenervi con naturalezza. Non mi sono limitato a desiderare una vita diversa: l’ho immaginata nei minimi dettagli, fino a renderla inevitabile. Ogni scelta che ho fatto, giusta o sbagliata che fosse, è nata da quella visione. Certo, il passato non si cancella mai del tutto; rimane come una firma invisibile sotto ogni successo. Ma io ho imparato che non è da dove si viene a definire un uomo, bensì quanto lontano è disposto a spingersi pur di diventare ciò che ha sempre sognato. E in questo, signorina, ammetto di non essermi mai risparmiato.
Nei suoi ricevimenti scorrevano fiumi di champagne e risate. Che valore attribuisce al lusso?
J.G.: Il lusso è un linguaggio, non una ricchezza. È un modo per dire al mondo “Guardatemi, esisto!”. Ma non mi fraintenda: l’oro brilla solo finché qualcuno lo guarda. Ma non mi fraintenda: l’oro brilla solo finché qualcuno lo guarda. Senza occhi a contemplarlo, perde gran parte del suo potere. I miei ricevimenti non erano semplici eccessi; erano messaggi, segnali lanciati nella notte nella speranza che qualcuno, da lontano, li cogliesse. Quando la musica si spegne e gli invitati se ne vanno, restano solo le domande che nessuna festa può soffocare. È in quel silenzio che il lusso rivela la sua vera natura: una splendida distrazione, fragile come un calice di cristallo. Eppure continuo a crederci, perché per qualche ora riesce a sospendere la realtà, a convincere tutti — me compreso — che la vita possa essere luminosa, abbondante, persino gentile.
Crede che il passato possa davvero essere recuperato?
J.G.: Naturalmente sì! Il passato non è mai morto; semplicemente aspetta di essere ritrovato. Per me è come una luce in lontananza: sembra irraggiungibile ma continua a chiamarmi con una costanza che nessun presente riesce ad eguagliare. Chi rinuncia a inseguire il passato, chi smette di guardare quella luce, rinuncia non solo a un momento perduto, ma a una parte di ciò che è dentro di sé, a quella parte che crede ancora nella possibilità, nell’illusione che ogni cosa possa essere diversa, più luminosa, più vera. Io non parlo di ricordi come altri li ricordano: io parlo di ciò che quel passato prometteva, di ciò che ci insegnava a desiderare con tutto il cuore, senza calcoli né compromessi. E così continuo a credere, ostinatamente, che il passato possa essere riconquistato, almeno nella forma in cui l’abbiamo amato. Non importa se il mondo insiste a chiamarlo irreale, perché il vero valore non sta nell’aver vissuto quegli istanti, ma nel modo in cui ci spingono a sperare ancora, a costruire attese, ogni notte fino all’alba.
Eppure il presente spesso si oppone al nostro desiderio di rivivere il passato. Come si convive con questa tensione?
J.G.: Con stile, signorina. Questo è l’unico modo per convivere con la tensione tra ciò che desideriamo e ciò che il presente ci impone. Quando il presente si mostra ostile, bisogna offrirgli un sorriso impeccabile, un buon whisky e, se possibile, una musica che faccia ballare anche l’anima più stanca. Non sempre si vince, è vero, e talvolta ci si trova a inciampare tra speranze infrante e illusioni tradite; ma persino nella sconfitta c’è un certo tipo di gloria, se si sa affrontarla con eleganza e senza piegarsi.
La solitudine è una compagna frequente per chi vive sotto i riflettori. Lei la conosce bene?
J.G.: La solitudine è l’unica ospite che non ha bisogno di un invito. Può riempire una sala da ballo ben più di cento persone, più di mille, eppure non fa rumore, non pretende applausi; si limita a ricordarti chi sei davvero, sotto tutte le luci, i sorrisi e i brindisi. La conosco bene, sì, e in certi momenti sembra quasi un’amica fedele che ti accompagna anche nei giorni più affollati. Ho imparato a non temerla: mi ricorda perché continuo a organizzare feste così grandiose!
C’è qualcosa che la spaventa davvero?
J.G.: Forse l’idea di svegliarmi un giorno e scoprire che ho smesso di sperare. Finché un uomo spera — in qualunque cosa — resta giovane. Ma quando smette di sperare, quando piega i sogni sotto il peso della realtà, allora diventa soltanto ricco… o, peggio ancora, realistico. E il realismo, signorina, è una prigione invisibile: ti dice cosa non puoi avere, cosa è fuori portata, e così spegne la scintilla che rende l’esistenza degna di essere vissuta. Io temo più la resa che la povertà, più l’abbandono dei sogni che qualsiasi miseria materiale. Per questo continuo a credere, a organizzare feste, a inseguire una luce che brilla lontana: perché finché essa esiste, finché il sogno resiste anche solo in parte, nulla — né il tempo, né le circostanze — può veramente fermarmi.
Signor Gatsby, è impossibile non chiederle qualcosa a proposito di Daisy. Se potesse parlarle oggi, senza testimoni e senza maschere, cosa le direbbe?
J.G.: Probabilmente non direi molto. Le parole, quando si parla di Daisy, sono sempre state insufficienti. Le direi che tutto ciò che ho costruito non è nato dall’ambizione, ma dall’attesa. Che ogni luce accesa nelle mie sale, ogni bicchiere riempito, ogni nome pronunciato nei miei ricevimenti aveva lo stesso segreto destinatario. Ma soprattutto le direi che non l’ho mai amata per ciò che era allora, bensì per ciò che rappresentava: la certezza che la vita potesse essere straordinaria. E forse, alla fine, le sorriderei soltanto e questo varrebbe ben più di qualche parola farfugliata.
E ora un’ultima domanda. Se potesse dare un consiglio a chi sogna una vita diversa quale sarebbe?
J.G.: Le direi, signorina, di sognare senza chiedere alcun permesso. Il mondo è pieno di guardiani del possibile, pronti a dirle cosa non si può fare, pronti a spiegarle i limiti e a misurare ogni passo con il rigore di chi ha già rinunciato ai propri sogni. Ignori tutti quanti. La vita è troppo breve per aspettare l’approvazione di chi non ha mai avuto il coraggio di osare. Le uniche porte che contano sono quelle che ha il coraggio di bussare quattro volte: una per il dubbio, una per il desiderio, una per l’audacia, e una per la fede che qualcuno, prima o poi, risponderà. E anche se la risposta non arriva, la forza sta nel gesto stesso: nel non aver ceduto, nel non aver accettato il mondo così com’è imposto, ma nel continuare a creare spazi dove i sogni possano respirare. Non è una garanzia di successo, ma è l’unico modo per vivere davvero: con il cuore acceso, con gli occhi fissi su ciò che potrebbe essere, e con il coraggio di bussare ancora.
Non avevo altro da chiedere, e Gatsby sembrava compiaciuto, soddisfatto quanto me delle sue risposte. Il mio ospite mi ha invitata a restare finché lo desiderassi, ma lui doveva proprio scappare dato che — come mi ha detto con un sorriso — “le feste non si organizzano certo da sole!”. L’ho ringraziato ancora per la sua disponibilità e gli ho annunciato che ormai avrei aspettato la fine di quella canzone, poi anche io sarei ripartita. Si è alzato con quell’eleganza innata che lo contraddistingueva, mi ha salutata con un gesto misurato e si è allontanato lentamente, mettendo un piede davanti all’altro e ha lasciato una mancia nel taschino dell’uomo in smoking bianco che mi aveva accompagnata al suo tavolo. Nel frattempo, il piccolo gruppo di musicisti stava suonando jazz, e la voce della cantante, morbida e avvolgente, mi ha fatto quasi cadere in uno stato di trance. E allora ho capito davvero le parole di Gatsby: quei luoghi non erano soltanto rifugi o nascondigli segreti, ma vere e proprie macchine del tempo. Ho lasciato lo speakeasy con la sensazione che, per quanto effimero fosse stato quel momento, la magia di quella notte mi avrebbe accompagnata ancora a lungo, come un ricordo che si rifiuta di svanire.
Martina
E tu, hai mai letto “Il grande Gatsby”? Se avessi davanti il protagonista cosa gli chiederesti e quale sarebbe, secondo te, la sua risposta?
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