Classici in corso

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Eva: quando l’amore è un’idea

Avete presente quando un autore, uno di quelli che molti definiscono un gigante della letteratura, proprio non riuscite a mandarlo giù? Ecco, nel mio caso quell’autore era Verga. Dopo aver letto Mastro Don Gesualdo e qualche sezione de I Malavoglia alle superiori, ho detto basta: tra me e il grande verista non può esserci amore, se questi sono i suoi capolavori. Ma io credo nelle seconde possibilità e, perciò, quando per l’esame universitario di Letteratura Italiana mi è stato richiesto di focalizzarmi su due libri a scelta tra una lista di diversi titoli, ho scelto proprio Eva, uno dei romanzi del periodo milanese di Giovanni Verga. Non ci crederete, ma per me quell’incontro è stato amore a prima vista. È da lì che il mio amore per i classici è maturato ulteriormente, perché in quelle cento pagine ho ritrovato una realtà non molto lontana dalla mia. In effetti, Eva per me è stato anche il  cosiddetto «libro giusto al momento giusto», quello di cui avevo bisogno per comprendere una cosa molto importante: amare l’idea di una persona non significa amare quella persona. Potrà sembrarvi banale, eppure è una cosa molto più comune di quanto pensiamo, ma ci arriveremo tra poco. 

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Schiaccianoci e il Re dei Topi: un classico per tornare bambini

Come avrete sicuramente intuito dagli ultimi articoli, sono una grande amante del Natale. Un amore che coltivo fin dall’infanzia, quando mia madre, nei giorni che precedevano il 25 dicembre, coinvolgeva me e mio fratello in una miriade di lavoretti dal risultato, a dir poco, opinabile. La casa si vestiva a festa e i familiari ci sottoponevano le riviste di giocattoli, invitandoci a cerchiare quelli che più desideravamo, destinati a confluire nella letterina per Babbo Natale. Mi domando spesso se mia madre conservi ancora quelle epistole che solo più tardi ho scoperto essere, in realtà, prive di un vero destinatario. È certo, però, che da quegli anni dell’infanzia molte cose sono cambiate, Natale compreso. Per quanto mi sforzi di ricreare ogni anno quell’atmosfera magica, oggi sono abbastanza grande da riconoscere che l’incanto si è leggermente affievolito. C’è chi sostiene che sia addirittura scomparso, e io spero sinceramente di non arrivare mai a pensarla così. Non sarò mai pronta a rinunciare alla bambina che è in me: la custodisco con cura, come il più prezioso dei doni.

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Il ventre di Parigi: tra fame e zuccheri raffinati

Parigi. Basta pronunciare questa parola perché la mente si riempia delle immagini più disparate. C’è chi pensa alla Tour Eiffel e ai grandi boulevards, chi ai musei (e magari alle loro rapine), chi alle biblioteche, ai parigini (forse con un leggero odio di fondo), alla straordinaria pâtisserie (golosi, mi unisco a voi), oppure ai lucchetti del Sacré-Cœur e ai locali a luci rosse di Pigalle. Insomma, Parigi racchiude un mondo immenso, misterioso, impossibile da conoscere fino in fondo, ma che certo merita di essere esplorato. Tra coloro che meglio hanno saputo raccontare questa città, la penna di Émile Zola spicca, a mio avviso, tra le più ammirevoli. Considerato il padre del naturalismo e di quel roman expérimental che mirava a indagare la realtà con il rigore di un esperimento scientifico, Zola è stato spesso accusato di freddezza e sterilità. Eppure, i simboli e i significati che emergono dalle sue pagine sono tra i più potenti mai scritti. In particolare, questa settimana voglio parlarvi di uno dei suoi romanzi più intensi e viscerali: Il ventre di Parigi.

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Gita al faro: parlare con un soffio di vento

Mi sono avvicinata solo in questi ultimi anni alla scrittura di Virginia Woolf, ma quello che ho provato leggendo le primissime righe di Orlando non può che essere banalmente definito come “un colpo di fulmine”. È da quel romanzo che ho proceduto imperterrita nella lettura dei romanzi di questa donna incredibile e continuo a divorarli uno dopo l’altro, quasi in modo bulimico. Come ormai saprete, i classici della letteratura hanno un posto speciale nel mio cuore, tuttavia, quelle che avevo lette sinora erano per lo più voci maschili, e mai mi sarei aspettata che scovarne una femminile sarebbe stato tanto diverso e illuminante. In Virginia ho ritrovato me stessa, il mio modo di pensare, quel procedere per flussi che ora vanno spediti in avanti, poi tornano indietro, ora a destra, ora a sinistra, ora fanno un giro su se stessi e poi ricominciano la corsa. Virginia mi ha fatto ri-vedere come io vedo il mondo, ed è stata una scoperta meravigliosa.  

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