Ci vediamo per un caffè ? 

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Julien Sorel: chiacchierata con un personaggio che non volevo incontrare

Finora ho avuto il piacere di conversare con personaggi letterari con cui il rapporto lettore-protagonista poteva definirsi, se non armonioso, quantomeno civile. Questa volta, però, ho deciso di seguire quel consiglio pedagogico che viene dispensato con insistenza quasi morale: uscire dalla propria zona di comfort. Operazione che, applicata alla letteratura, significa talvolta sedersi a un tavolino con qualcuno che non inviteresti mai spontaneamente a bere un caffè. È quello che ho fatto questa mattina, scegliendo deliberatamente un personaggio che, fin dalle prime pagine del suo romanzo, mi aveva messo in allerta più di un campanello etico. L’idea era semplice (e un po’ presuntuosa): verificare se un’analisi ravvicinata potesse incrinare il mio giudizio sul protagonista di uno dei grandi classici della letteratura francese, Il rosso e il nero. Ebbene sì, parliamo proprio di lui: Julien Sorel. Ambizioso patologico, campione di dissimulazione, arrampicatore sociale con una spiccata allergia agli scrupoli — almeno secondo il mio personale atto d’accusa. Oggi, però, ho deciso di offrirgli la parola. Non per assolverlo, sia chiaro, ma per capire se dietro tanta strategia si nasconda qualcosa di più interessante di un semplice calcolo.

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Un Whisky con Gatsby: segreti e sogni in uno speakeasy

Sebbene questa rubrica si intitoli “Ci vediamo per un caffè?”, i miei ospiti sono sempre liberi di scegliere il luogo che più li rappresenta: non necessariamente una caffetteria. Lo specifico perché, per questa intervista, non ci saranno tazze di tè fumanti né biscotti glassati. Al loro posto, troveremo il tintinnio del ghiaccio contro il vetro e l’aria densa del fumo di sigaretta di uno speakeasy sotterraneo, nascosto al resto del mondo. Si tratta di un club estremamente esclusivo, la cui esistenza è nota a pochissimi eletti; io stessa ho potuto accedervi solo grazie al benestare dell’ospite di questo mese. Seguendo l’indirizzo ricevuto, mi sono infilata in un vicolo stretto e poco illuminato. Ho bussato quattro volte a una minuscola porta bordeaux e dall’altra parte, una voce maschile mi ha chiesto la parola d’ordine — che mi è stato severamente proibito di rivelare. Poco dopo, la porta si è aperta: un uomo alto, in smoking bianco, mi ha accolto con un sorriso bianchissimo e mi ha invitata a seguirlo. Appena discesa una lunga rampa di scale mi sono ritrovata in un seminterrato sorprendentemente ampio, inondato di luci soffuse e velato da una leggera cortina di fumo che mi ha subito strappato un colpo di tosse. Alla mia sinistra dominava un lungo bancone di legno scuro: un barista in gilet nero stava asciugando un bicchiere, senza distogliere lo sguardo dalla donna che, su un piccolo palco in fondo alla sala, cantava al ritmo incalzante del ragtime. Credetemi: lì il tempo si era fermato agli anni Venti. Avevo sentito spesso parlare di luoghi come questo, ma li avevo sempre creduti delle semplici leggende. I clienti indossavano abiti d’epoca; alcuni fumavano e conversavano sottovoce, altri erano rapiti dalla performer e dai musicisti, altri ancora chiamavano il barista per un altro giro. L’uomo in smoking bianco, rimasto alle mie spalle, mi ha posato una mano sulla spalla e, indicando un tavolino appartato in un angolo, ha detto: “Prego, il signor Gatsby la sta aspettando, signorina”.

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“Il Natale è ciò che decidi che sia”: Scrooge al mio caffè di dicembre

Ormai Natale è alle porte, lo si respira dappertutto. Passeggiando per le strade, non si possono non notare le luci che ricoprono le verande dei negozi, che si arrampicano sui balconi delle case e quelle che si intrecciano tra i rami degli alberi spogli, facendoli sembrare vestiti a festa. Anche l’aria ha un profumo diverso, quello pungente dell’inverno che incombe, di foresta, che si fonde insieme all’aroma di dolci appena sfornati e caffé bollente, proveniente dalle caffetterie e dalle case. Sembra assurdo, ma se tendiamo l’orecchio, al di là del rumore dei passi e del traffico, mi sembra di sentire il rumore di tante piccole campanelle. Assurdo, lo so, eppure è questa per me la famosa “magia del Natale” (dopo Babbo Natale, si intende). Ma oggi non avevo tempo di prestare occhi e orecchie a questo spettacolo, dovevo affrettarmi se non volevo tardare al mio appuntamento speciale. Devo ammettere che ero rimasta colpita dal locale che il mio ospite aveva scelto per il nostro rendez-vous: un posto spazioso e dalle luci calde, con le decorazioni che tappezzavano ogni angolo e un inconfondibile odore di vin brulé che rendeva i clienti allegri e piacevolmente rumorosi. Sondai con lo sguardo l’intero locale finché non identificai Ebenizer Scrooge intento a parlare gaiamente con tre persone sedute ad un tavolo. Il campanello della porta che aveva annunciato il mio ingresso lo distrasse dalla conversazione e volgendo lo sguardo verso l’entrata mi vide e sorrise entusiasta. Mi venne incontro con fare pimpante e dopo una breve presentazione decidemmo di prendere posto al bancone. Lui prese una grossa tazza di cioccolata calda, mentre io chiesi un latte caldo che Ebenezer mi suggerì di aromatizzare con della cannella e del cacao. Solo dopo aver sorseggiato metà della sua tazza mi invitò a fare tutte le domande che volessi e io non mi feci pregare. 

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Ci vediamo per un caffè, Gregor?

Io e Gregor Samsa ci eravamo dati appuntamento alle 17:00 in un piccolo bar che faceva angolo. Era in ritardo di ben dodici minuti, così decisi di attenderlo all’interno. Scelsi un piccolo tavolino rotondo, vicino alla grande vetrata che dava sulla strada, e per ingannare l’attesa mi misi ad osservare i passanti che camminavano sul marciapiede, come una processione distratta, ignara di essere spiata. Passò una moltitudine di uomini in completo scuro — probabilmente appena usciti da lavoro — tutti con lo stesso passo flemmatico, le facce pallide e scavate dalla stanchezza. Saranno stati una quindicina, e tra loro spiccava un individuo vestito in modo assolutamente insolito: una camicia arancione a fiori gialli, bermuda verdi, espadrillas dalla suola consunta e un paio di occhiali da sole troppo piccoli per il suo volto. I capelli erano abbandonati ad uno stato selvaggio e coronavano una fronte bruciata dal sole. Immaginate la mia sorpresa quando lo vidi entrare nel bar e sedersi davanti a me con aria disinvolta, esordendo con un sorriso aperto 

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“Educata non significa sottomessa”: la lezione di Jane Eyre davanti ad un té

Mi sono sempre ritenuta una persona molto puntuale — mi piace arrivare persino con qualche minuto di anticipo — ma questa volta ero io a far attendere la mia compagna di chiacchiere. Al mio arrivo notai, senza troppo stupore, che Jane Eyre era già all’ingresso del caffè, intenta ad osservare la punta delle sue scarpe. Era minuta e piuttosto esile, caratteristiche che la rendevano ancora meno appariscente. Le vesti, come da copione, erano modeste: un abito grigio le cadeva morbidamente addosso ed era ravvivato da una sola spilla di perle. Il viso, invece, conservava quei tratti irregolari che avevo imparato a riconoscere tra le pagine del suo romanzo — e tra essi spiccavano due begli occhi verdi (e non nocciola, come si ostinava a sostenere il signor Rochester). Insomma, cari lettori: Jane Eyre non era cambiata di una virgola da come me la ricordavo. Dopo un saluto ben composto, entrammo nel locale. Una volta al bancone, Jane insistette perché scegliessi io il tavolino, mentre lei si sarebbe occupata di ordinare i nostri caffè. Pochi minuti dopo eravamo sedute una di fronte all’altra: io con un caffè macchiato, lei con un English Breakfast Tea, naturalmente. Decisi che era il momento di iniziare la nostra chiacchierata.

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