Il ventre di Parigi: tra fame e zuccheri raffinati

Pubblicato il 24 novembre 2025 alle ore 08:34

Parigi. Basta pronunciare questa parola perché la mente si riempia delle immagini più disparate. C’è chi pensa alla Tour Eiffel e ai grandi boulevards, chi ai musei (e magari alle loro rapine), chi alle biblioteche, ai parigini (forse con un leggero odio di fondo), alla straordinaria pâtisserie (golosi, mi unisco a voi), oppure ai lucchetti del Sacré-Cœur e ai locali a luci rosse di Pigalle. Insomma, Parigi racchiude un mondo immenso, misterioso, impossibile da conoscere fino in fondo, ma che certo merita di essere esplorato. Tra coloro che meglio hanno saputo raccontare questa città, la penna di Émile Zola spicca, a mio avviso, tra le più ammirevoli. Considerato il padre del naturalismo e di quel roman expérimental che mirava a indagare la realtà con il rigore di un esperimento scientifico, Zola è stato spesso accusato di freddezza e sterilità. Eppure, i simboli e i significati che emergono dalle sue pagine sono tra i più potenti mai scritti. In particolare, questa settimana voglio parlarvi di uno dei suoi romanzi più intensi e viscerali: Il ventre di Parigi.

Ambientato sotto il Secondo Impero, la narrazione segue una trama semplice e lineare: Florent fugge dalla prigione sull’Isola del Diavolo nella Guyana Francese e riesce a fare ritorno a Parigi. Qui viene accolto dal fratello Quenu e dalla moglie Lisa. Trova lavoro come ispettore del mercato del pesce, cercando di non dare nell’occhio per evitare problemi con le autorità. Tuttavia, quel fervore politico che anni prima gli era costato l’arresto e la deportazione, riprende il sopravvento su di lui. Florent si unisce ad una congiura contro l’imperatore, ma viene tradito dalla cognata e incarcerato nuovamente.

A fare del romanzo un capolavoro della letteratura non è tanto la storia in sé, quanto le descrizioni — o meglio i quadri viventi — che Zola riesce a dipingere: gli ambienti parigini, i personaggi che li abitano e le dinamiche che li attraversano. Il libro è ricchissimo di dettagli, ma voglio tranquillizzare quei furfanti che saltano le sequenze descrittive dei libri perché le trovano noiose: se vi lasciate trasportare dalle forme, dai colori e dagli odori, vi sembrerà di guardare un film… parola mia. La scrittura di Zola è spesso definita cinematografica — e non a torto. Lo si capisce già dall’incipit del romanzo, che si apre in punta di piedi, nel silenzio di una strada deserta in piena notte. Da lontano si sente solo il rumore dei carri che trasportano le merci: è come se Zola ci invitasse a un’inquadratura a distanza, per poi farci lentamente avvicinare con lo zoom di una macchina da presa ante litteram. Le immagini si susseguono come fotogrammi: le merci illuminate da una luce fioca, i colori che prendono vita, gli odori che quasi escono dalle pagine. Poi l’obiettivo cambia: dalle cose agli animali e infine agli esseri umani. Ci aspetteremmo l’entrata in scena di un eroe, un personaggio importante, e invece… Zola ci regala un uomo svenuto per strada, disteso in una posa cristica e che tutti scambiano per un ubriacone da buttare nel fosso. Ma ecco il colpo di scena: l’uomo si risveglia. A soccorrerlo è una certa Madame François, tranquillizzata dal constatare che l’uomo è troppo magro per essere un ubriacone. Zola sottolinea questa “magrezza” nell’incipit per ben tre volte  — non per pedanteria, ma perché quella sarà la cifra distintiva del nostro protagonista per tutto il romanzo: l’uomo magro in un mondo di grassi.

 

Lo scheletrico Florent — paradossalmente sdraiato sulle verdure fresche e invitanti del carro — spiega a Madame François di venire da lontano e di aver sognato per anni di tornare a Parigi, la città amata e idealizzata, dove spera di poter finalmente condurre una vita tranquilla — quella che tutti promettono a sé stessi e che nessuno trova mai. Peccato che Parigi non sembri affatto entusiasta di riabbracciarlo. Quando la scorge da lontano, immersa nella notte, la città appare fredda, severa, come una vecchia amica infastidita da una visita inattesa. Zola dipinge la scena con la precisione di un pittore: dominano il nero e il rosso, colori che sanno di presagio funesto e di sangue. Florent osserva i dieci enormi padiglioni che si stagliano nel buio: Madame François gli spiega che si tratta de Les Halles, i nuovi mercati cittadini, e il protagonista resta lì, a metà tra l’incanto e lo smarrimento: Parigi è cambiata, e lui non la riconosce più. Il senso di straniamento di Florent è incredibilmente attuale: certo, nessuno di noi è tornato a casa dopo un soggiorno nella prigione dell’Isola del Diavolo, ma chiunque sia tornato a casa dopo anni vissuti all’estero sa cosa significhi guardare la propria città con occhi quasi estranei. Strade familiari diventano improvvisamente diverse, volti noti sembrano leggermente distanti, e quel calore un tempo scontato si mescola a un’inquietudine sottile. Florent, come chi rientra oggi dopo un lungo viaggio, si muove tra incanto e smarrimento: vorrebbe sentirsi a casa, ma tutto intorno sembra suggerirgli che il mondo ha continuato senza di lui, e che il ritorno, per quanto desiderato, porta con sé una leggera, inevitabile estraneità.

 

L’arrivo nella capitale riapre anche le porte del passato. Appena sceso dal carro, Florent è travolto dai ricordi dell’arresto e della deportazione all’Isola del Diavolo. Da allora, ci dice Zola, la fame non lo aveva più abbandonato. Da qui prende forma uno dei contrasti più affascinanti del romanzo: la guerra silenziosa tra magri e grassi. I primi — poveri, idealisti, affamati — sono destinati a restare ai margini; i secondi — benestanti, paciosi e soddisfatti — riempiono il mondo e ne dettano le regole. Persino il fratello di Florent, Quenu, e la moglie Lisa, incarnano questa abbondanza felice: grassi, sani, sereni, e soprattutto borghesi. Quando Florent li ritrova, la scena è quasi commovente: due fratelli che si abbracciano dopo anni, l’uno pelle e ossa, l’altro pieno di vita e chili di troppo. Quenu, infatti, nel frattempo si è arricchito e gestisce insieme a Lisa una salumeria tra le più rinomate del mercato. Tutto sembra perfetto, finché ci rendiamo conto che sotto la superficie lucida della felicità borghese si nasconde un leggero imbarazzo: il magro Florent stona nel quadro. E Zola, da grande regista, non perde occasione per farcelo notare in continuazione. E se spostiamo lo sguardo al mondo di oggi, la situazione appare capovolta: oggi sono i “magri” a prevalere. Sono quelli che possono permettersi di scegliere cosa mangiare, preferendo sempre cibi di prima qualità, ma anche quelli che hanno soldi da spendere in abbonamenti in palestra e lezioni di pilates, saune, massaggi tonificanti, ma che soprattutto hanno il tempo e i mezzi per curare corpo e salute. Nonostante i grandi passi in avanti che si sono fatti in termini di inclusione, ad oggi un corpo snello ha tutt’altro fascino ed opportunità rispetto ad uno in sovrappeso. 

 

Un altro grande protagonista del romanzo sono Les Halles. Il mercato, con i suoi banchi, i colori, gli odori e i rumori, sembra avere vita propria: respira, si muove, e a tratti sembra quasi osservare chi lo attraversa, come una creatura gigantesca e indifferente. (Viene da chiedersi cosa direbbero gli ipermercati di oggi: altro che “ventre”, quelli sarebbero dei veri e propri buchi neri!). È proprio qui che Florent trova lavoro come come ispettore del padiglione del pesce. Il nauseante odore dei banchi, descritto da Zola con tanta precisione da farci quasi tossire, amplifica ulteriormente il malessere del protagonista, la cui magrezza comincia a far sollevare sopracciglia, soprattutto tra le venditrici. Qui il mercato smette di essere solo un luogo di commercio e diventa un piccolo specchio della società del Secondo Impero: chi è grasso sta bene, chi è magro resta ai margini. La vera maestria di Zola sta anche nel creare personaggi vivi e autentici, tutt’altro che semplici archetipi. Per questo motivo, gli abitanti della città non ci appaiono mai del tutto buoni né del tutto cattivi: lasciano sempre in noi quel piccolo, fastidioso dubbio, anche di fronte ai caratteri più irritanti. È un po’ come se ci costringessero a pensare: “Oddio, non lo sopporto perché è estremamente egoista… o solo molto… umano?”

Il ventre di Parigi si chiude esattamente come era iniziato: Florent — tradito dalla cognata, più preoccupata di salvare il proprio benessere che la coscienza — viene deportato di nuovo all’Isola del Diavolo, questa volta con la certezza di non farvi più ritorno. Ma la cosa più amara è ciò che accade dopo: la vita del mercato riprende come se nulla fosse. Quello che solo pochi giorni prima era stato uno scandalo, un caso da sussurrare tra i banchi del pesce e i profumi dei salumi, svanisce nel brusio quotidiano. Tutto torna alla normalità, come se Florent non fosse mai esistito. E Zola, con un’ironia amara, ci ricorda che la società digerisce tutto — perfino la giustizia negata — con la stessa indifferenza con cui le Halles inghiottono ogni giorno tonnellate di cibo.

 

Martina

 

E tu, hai mai letto Il ventre di Parigi? Cos’altro hai letto di Émile Zola?