Schiaccianoci e il Re dei Topi: un classico per tornare bambini

Pubblicato il 29 dicembre 2025 alle ore 09:19

Come avrete sicuramente intuito dagli ultimi articoli, sono una grande amante del Natale. Un amore che coltivo fin dall’infanzia, quando mia madre, nei giorni che precedevano il 25 dicembre, coinvolgeva me e mio fratello in una miriade di lavoretti dal risultato, a dir poco, opinabile. La casa si vestiva a festa e i familiari ci sottoponevano le riviste di giocattoli, invitandoci a cerchiare quelli che più desideravamo, destinati a confluire nella letterina per Babbo Natale. Mi domando spesso se mia madre conservi ancora quelle epistole che solo più tardi ho scoperto essere, in realtà, prive di un vero destinatario. È certo, però, che da quegli anni dell’infanzia molte cose sono cambiate, Natale compreso. Per quanto mi sforzi di ricreare ogni anno quell’atmosfera magica, oggi sono abbastanza grande da riconoscere che l’incanto si è leggermente affievolito. C’è chi sostiene che sia addirittura scomparso, e io spero sinceramente di non arrivare mai a pensarla così. Non sarò mai pronta a rinunciare alla bambina che è in me: la custodisco con cura, come il più prezioso dei doni.

Come vi dicevo, ogni anno cerco con tutte le mie forze di lasciarmi travolgere dalla gioia del Natale. Tra le tante attività che scandiscono questo periodo — oltre ai consueti film natalizi, alla preparazione dei biscotti, alle decorazioni che invadono ogni stanza della casa, alle immancabili note di Frank Sinatra e Michael Bublé e alla rilettura dei classici delle feste — ho deciso di concedermi anche una serata a teatro per assistere al balletto Lo Schiaccianoci e il Re dei Topi. Frequento spesso i teatri, soprattutto per l’opera lirica, una passione che devo a mia madre; quest’anno, però, sentivo il desiderio di sperimentare qualcosa di diverso. Non potevo certo presentarmi impreparata allo spettacolo: così, nei giorni precedenti, ho letto il racconto di E. T. A. Hoffmann. Il celebre balletto, infatti, riprende — con gli inevitabili adattamenti — la storia dell’autore tedesco, che sorprendentemente non avevo mai affrontato prima. Ed è proprio di questo classico che voglio parlarvi oggi.

 

Lo Schiaccianoci e il Re dei Topi è una fiaba complessa e ambigua, capace di intrecciare l’incanto natalizio con elementi inquietanti e fantastici. Protagonista del racconto è la giovane Marie, che riceve in dono dal padrino Drosselmeier uno schiaccianoci dall’aspetto grottesco e al tempo stesso affascinante. Durante la notte, la bambina assiste a una metamorfosi sorprendente: i giocattoli prendono vita e lo schiaccianoci si rivela un valoroso comandante, impegnato in una battaglia contro il temibile Re dei Topi e il suo esercito. Coinvolta sempre più profondamente in questo universo sospeso tra sogno e realtà, Marie ascolta dal padrino la storia dell’antica maledizione che ha colpito lo schiaccianoci. Saranno la sua sensibilità, la sua fedeltà e il suo coraggio a spezzare l’incantesimo, aprendo le porte di un regno meraviglioso. Hoffmann costruisce così un racconto che va oltre i confini della fiaba tradizionale, esplorando il delicato passaggio tra infanzia e maturità, tra immaginazione e razionalità, e offrendo una riflessione poetica — talvolta perturbante — sul potere salvifico della fantasia.

Marie può apparire, a un primo sguardo, come la tipica fanciulla la cui unica aspirazione è sposare un bel principe, unico mezzo per raggiungere il tanto agognato “e vissero per sempre felici e contenti”. Eppure, leggendo il racconto, questa non è stata la mia impressione dominante. È lei, infatti, a rivelarsi l’aiuto più prezioso per lo Schiaccianoci: senza il suo intervento, il nemico non sarebbe mai stato sconfitto. Marie non è certo un’eroina moderna — è pur sempre una protagonista dell’Ottocento — ma incarna una figura abbastanza complessa: sognatrice, gentile e devota, sì, ma anche profondamente coraggiosa e capace di pensare con la propria testa.

Fritz, il fratellino, si colloca invece all’estremo opposto. È lo stereotipo di quello che oggi definiremmo un uomo “performativo” col suo carattere bellicoso e autoritario: i suoi giocattoli prediletti sono soldatini ussari, di cui si proclama capitano, guidandoli in battaglia. Fritz è un comandante inflessibile, privo di pietà, che pretende forza e coraggio dai suoi uomini in miniatura. Nessuno può tirarsi indietro: alla resa si preferisce la morte, senza esitazioni. La sapiente caratterizzazione quasi caricaturale dell’autore me lo ha reso particolarmente antipatico, e più volte mi sono chiesta come si sarebbe comportato lui stesso su un vero campo di battaglia.

I genitori della famiglia Stahlbaum sono ricchi borghesi di Norimberga, abituati a ospitare feste e sontuose cene nella loro grande casa, addobbata con sfarzo per l’occasione. Quando Marie racconta alla madre i suoi sogni — la lotta contro i topi, la battaglia al fianco dello Schiaccianoci — la donna liquida il tutto come un delirio, attribuendolo prima alla febbre e poi a un’eccessiva fantasia. La descrizione dei genitori come figure incapaci di comprendere il mondo dell’infanzia e dell’immaginazione è uno dei nuclei tematici del racconto. Hoffmann contrappone esplicitamente lo sguardo disincantato degli adulti alla permeabilità fantastica dei bambini.

Tuttavia, ciò che più mi ha colpito della storia di Hoffmann non sono stati tanto i temi, i messaggi o i protagonisti — che, presi singolarmente, restano piuttosto statici — quanto le ambientazioni e le atmosfere evocate, il fantastico che permea la trama, il modo in cui vengono descritti gli spazi e le figure che li abitano. Tutto trabocca di meraviglioso e di perturbante in una misura perfettamente calibrata, creando quell’equilibrio tipico delle fiabe e delle favole che ci venivano raccontate dai nonni quando eravamo piccoli. Hoffmann dimostra qui una fantasia fervidissima, unita a un’indiscussa abilità nell’organizzazione della narrazione e delle molteplici voci che la attraversano. La dimora dei signori Stahlbaum è tratteggiata in tutto il suo fasto dalla penna dell’autore: una casa grandiosa, dominata da un enorme albero di Natale riccamente addobbato, sotto i cui rami si nascondono giocattoli variopinti, in attesa di essere scartati. Le scene della battaglia tra lo Schiaccianoci e l’esercito dei topi si susseguono con ritmo incalzante, tanto che il lettore rischia quasi di lasciarsi travolgere dalla confusione e dal clamore dello scontro. E poi c’è Confettoburgo — il nome è tutto un programma — il regno dei dolciumi, dove le leggi della realtà sembrano dissolversi e il viaggio prosegue in una dimensione sospesa, onirica, simile alle immagini sfocate e mutevoli dei sogni. E. T. A. Hoffmann, che al momento della stesura aveva già quarant’anni, sembra aver conservato intatta la fantasia tipica dell’infanzia e, attraverso la sua scrittura, riesce a trascinare anche il lettore più disilluso e arcigno in un mondo incantato, capace di non perdere mai il suo fascino, rilettura dopo rilettura.

E. T. A. Hoffmann — insieme alla compagnia del balletto russo che ho visto esibirsi sulle musiche di Čajkovskij — mi hanno fatto il dono più bello e prezioso, quello che da anni chiedevo, quasi disperatamente, nelle mie lettere immaginarie a Babbo Natale: sentirmi di nuovo bambina a Natale, anche solo per qualche ora.

Chissà, forse non è del tutto vero che quelle lettere non abbiano mai avuto un destinatario.

 

Martina

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