Eva: quando l’amore è un’idea

Pubblicato il 15 gennaio 2026 alle ore 08:42

Avete presente quando un autore, uno di quelli che molti definiscono un gigante della letteratura, proprio non riuscite a mandarlo giù? Ecco, nel mio caso quell’autore era Verga. Dopo aver letto Mastro Don Gesualdo e qualche sezione de I Malavoglia alle superiori, ho detto basta: tra me e il grande verista non può esserci amore, se questi sono i suoi capolavori. Ma io credo nelle seconde possibilità e, perciò, quando per l’esame universitario di Letteratura Italiana mi è stato richiesto di focalizzarmi su due libri a scelta tra una lista di diversi titoli, ho scelto proprio Eva, uno dei romanzi del periodo milanese di Giovanni Verga. Non ci crederete, ma per me quell’incontro è stato amore a prima vista. È da lì che il mio amore per i classici è maturato ulteriormente, perché in quelle cento pagine ho ritrovato una realtà non molto lontana dalla mia. In effetti, Eva per me è stato anche il  cosiddetto «libro giusto al momento giusto», quello di cui avevo bisogno per comprendere una cosa molto importante: amare l’idea di una persona non significa amare quella persona. Potrà sembrarvi banale, eppure è una cosa molto più comune di quanto pensiamo, ma ci arriveremo tra poco. 

 

Per chi non ha letto il romanzo, è bene sapere che la storia ruota attorno a un artista in erba, Enrico Lanti, che dalla Sicilia rurale e rigogliosa si trasferisce nel centro culturale fiorentino con la speranza di trovarvi fortuna (e qui Verga inserisce non poco della propria esperienza personale). Enrico si presenta come il classico sognatore romantico in un’epoca in cui di romantico non è rimasto quasi nulla, all’interno di una società che ormai si muove secondo due nuove coordinate: il denaro e le convenzioni. In questo contesto l’arte, quella autentica, sembra non avere più spazio e persino Enrico, forse inconsapevolmente, aspira più alla gloria che all’arte intesa come valore superiore. Una sera, a teatro, incontra Eva, una ballerina piuttosto nota, per la quale prova fin da subito un sentimento ambiguo, a metà tra odio e amore — o, più precisamente, un desiderio di possesso. I due si conoscono e appare chiaro sin dall’inizio che è la donna a condurre il gioco, attratta soprattutto dalla natura artistica di Enrico. Ben presto si innesca una competizione tra Eva e la vocazione artistica di Enrico, e la bilancia pende a favore della donna. L'uomo smette di dipingere, e geloso delle avances che Eva riceve — che lei stessa ammette essere parte integrante del lavoro di ballerina — la convince ad abbandonare il teatro per vivere insieme. Eva, tuttavia, lo mette in guardia: una volta svanito il fascino della ballerina, l’uomo non l’avrebbe più amata. Ed è proprio ciò che accade. La coppia sperpera il denaro inviato dai genitori di Enrico, che si vede costretto a lavorare dipingendo ad oleografia, piegando l’arte a una necessità puramente economica. Nel modo sprezzante con cui tratta Eva — che, al contrario, si mostra generosa e premurosa — si realizza la profezia della donna. Anche Eva, infatti, venuta meno l’immagine ideale dell’artista, smette di amare Enrico e se ne va. A questo punto mi fermo: per gli scopi di questo articolo, non è necessario svelare oltre la trama del romanzo.

 

Eva, come ogni classico che si rispetti, è una storia ricca di spunti moderni e di temi ancora oggi estremamente attuali; tuttavia, alcuni emergono con maggiore forza rispetto ad altri. Tra questi spicca il concetto di gelosia come motore delle dinamiche relazionali. Ci troviamo di fronte a un desiderio di possesso ossessivo che coinvolge entrambe le parti. In un primo momento è Enrico a considerare Eva come qualcosa che gli appartiene, riducendola a oggetto e buendole un valore preciso: «3 lire», ovvero il costo del biglietto dello spettacolo a cui ha assistito quando l’ha incontrata per la prima volta. Successivamente i ruoli si ribaltano ed è Eva a trattare Enrico come un giocattolo. Soprattutto nella parte finale del racconto, ella manifesta una gelosia crescente nei suoi confronti, accompagnata dalla brama di averlo esclusivamente per sé. Questo sentimento si rivela essere l’unico vero legame tra i due, un filo sottile ma inesorabile che li conduce alla reciproca distruzione. 

 

La parte iniziale e quella finale del romanzo sono attraversate da un’altra tematica di grande rilievo: la perdita delle proprie origini e, come immediata conseguenza, dei propri valori. Enrico proviene da una Sicilia fatta di natura e autenticità, un luogo che sembrerebbe ideale per far fiorire un’arte pura e sincera; eppure egli avverte la necessità di andarsene, di inseguire la fama in un contesto culturalmente frenetico come Firenze. Qui l’arte è ovunque, ma è svuotata della sua essenza: dominano la vanità e le convenzioni sociali, e pennello e tavolozza sembrano essere stati sostituiti dal denaro e dalle conoscenze. È proprio a Firenze che Enrico si perde, che tradisce i suoi sogni romantici e li lascia degradare. Solo alla fine farà ritorno a Catania, la sua città natale, quando ormai ogni legame con quella terra che aveva nutrito le sue aspirazioni sembra non appartenergli più.

 

Infine, la questione che più mi ha attratta nel romanzo è l’amore come idea. Tutte le pagine dell’opera sono cucite e tenute insieme da questo filo rosso: Enrico ama Eva in quanto ballerina, Eva ama Enrico in quanto artista. Sono queste immagini idealizzate a nutrire il desiderio; quando esse vengono meno, il fuoco prima si affievolisce e poi si spegne. Eva, donna di mondo, ne è perfettamente consapevole e accetta questa condizione; Enrico, invece, costantemente diviso tra realtà e fantasia, non è pronto ad ammettere la cruda verità a sé stesso. A ben vedere, tutti noi siamo stati Eva ed Enrico. Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo amato o siamo stati attratti da qualcuno non per ciò che era realmente, ma per l’idea che ci eravamo costruiti di lui o di lei. Accade in amore, in amicizia, ma anche nei sogni: quando finalmente si realizzano, ci rendiamo conto che non corrispondono a ciò che avevamo immaginato. Lanti raggiunge la fama profanando la propria idea di arte, piegandola alle esigenze della società borghese, ma il risultato finale non lo appaga; allo stesso modo, crede di provare per Eva un amore autentico, eppure, quando finalmente l’ha tutta per sé, scopre di non desiderarla affatto. Non è facile distinguere la verità dal miraggio, la realtà dalla fantasia, la persona dall’idea. Tuttavia, confondere questi piani può rivelarsi fatale, o quantomeno profondamente doloroso. Per questo è necessario imparare a riconoscerne la differenza. Verga ce lo ha detto, ce lo ha sussurrato all’orecchio con la sua penna, ed era il 1873.

 

Martina

E tu, hai mai letto Eva di Giovanni Verga? Quali riflessioni ha suscitato in te la storia dei due personaggi? 

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