Ogni lettore che si rispetti sa quanto sia importante spolverare la propria libreria di tanto in tanto, e sa anche che si tratta di un proposito dalle scarsissime probabilità di realizzazione. L’altro giorno però, dopo settimane di esitazioni e sguardi colpevoli rivolti agli scaffali, ho finalmente deciso di pulire e riordinare la grande libreria del salotto: un’impresa che ha richiesto ben due giorni interi di lavoro. Alla fine, però, ho scoperto che — se si escludono la polvere ovunque, i crampi alle braccia per raggiungere gli scaffali più alti e i tagli sulle dita provocati dalla carta — è un’attività sorprendentemente rilassante. La parte migliore è stata ritrovarmi tra le mani i libri dell’infanzia: sfogliarli, soffermarmi sulle splendide illustrazioni e rendermi conto, con una certa tenerezza, di quanto fossero stampati in caratteri enormi. È così che mi sono imbattuta in Fiabe italiane di Italo Calvino, un regalo di alcuni parenti che vedevo di rado e che avevo ricevuto in adolescenza, quando — almeno secondo il parere generale — ero ormai un po’ troppo grande per le favole.
È stato quasi per caso, dunque, che mi sono ritrovata a pensare a Calvino: il grande autore che ha segnato l’infanzia di molti italiani con la sua raccolta di fiabe. E pensare che uno scrittore tanto celebre, così centrale per la letteratura italiana — e non solo — che siamo abituati a immaginare serio ed elegante nelle fotografie in bianco e nero, abbia saputo farsi piccolo, piccolissimo, per entrare in un mondo fatto di immagini, colori e storie semplici. A mio parere, Calvino è uno di quegli autori che non ha mai smesso di lasciare spazio al bambino che portava dentro. Ed è proprio da qui che nasce la domanda: com’era lui, da bambino? Chi era quel ragazzino che, anni dopo, avrebbe costruito l’universo immaginario in cui si sarebbero riconosciuti generazioni di lettori? Lasciate allora che ve lo presenti.
Italo Calvino nacque nel 1923 a Santiago de Las Vegas, a Cuba, da due genitori italiani: Mario Calvino ed Eva Mameli. Il padre era un agronomo ed esperto botanico che, dopo un periodo in Messico, era stato chiamato a Cuba per dirigere una stazione sperimentale di agricoltura. La madre, originaria di Sassari, era una botanica di grande rilievo: fu la prima donna in Italia a ottenere una cattedra di botanica generale, ma scelse di rinunciarvi per sposare Mario e seguirlo all’estero. Nel 1925, quando Italo aveva appena due anni, la famiglia fece ritorno in Italia e si stabilì a Sanremo, che all’epoca era una cittadina vivace e cosmopolita, crocevia internazionale da oltre un secolo. Calvino ricorderà la città della sua infanzia come un luogo eccentrico e quasi favoloso, diverso dal resto d’Italia, popolato da personaggi singolari: vecchi inglesi, granduchi russi, presenze straniere che alimentavano un immaginario fuori dall’ordinario. In quel contesto, tuttavia, la famiglia Calvino appariva comunque come un corpo estraneo: genitori scienziati, profondamente legati alla natura, anticlericali e liberi pensatori, con ben poco in comune con la borghesia sanremese, chiusa e conformista. Nonostante l’infanzia di Calvino si svolga in pieno periodo fascista, egli non la ricorderà come un’esperienza drammatica. Scriverà infatti: «vivevo in un mondo agiato, sereno, avevo un’immagine del mondo variegata e ricca di sfumature contrastanti, ma non la coscienza di conflitti accaniti». Come molti ragazzi della sua età, partecipava agli esercizi dei Balilla il sabato mattina, ma Eugenio Scalfari — suo coetaneo e futuro compagno di scuola — lo descriverà come un ragazzo goffo, infastidito, tutt’altro che incline alle manovre militari, all’ordine e all’allineamento. In quegli anni Italo tendeva a rimanere in disparte, spesso imbronciato, ma leggeva molto e imparò a disegnare prima ancora che a scrivere. Prima di diventare l’architetto delle Città invisibili e il funambolo delle strutture narrative, Calvino voleva soprattutto disegnare. Da bambino e da adolescente riempiva fogli di caricature: compagni di classe, insegnanti, figure fantasiose — tutto finiva sotto la sua matita, anche senza una vera formazione artistica. La madre, intuendone la vocazione, lo iscrisse a un corso di disegno per corrispondenza e, a soli undici anni, Calvino poté vantare una prima “pubblicazione”: non un racconto, ma un disegno, apparso sulla rivista del corso, con tanto di primato come allievo più giovane. In quei segni prendevano forma personaggi fantastici, destinati a vivere — più tardi — tra le righe dei suoi libri. Irene Rinaldi, illustratrice delle Fiabe italiane, descrive quei disegni come caratterizzati da un segno veloce, forse impreciso ma estremamente efficace: una linea capace di comprendere tutte le possibili linee senza semplificarle, accogliendone la complessità. Per un certo periodo Calvino svolse un doppio ruolo, autore e illustratore delle proprie opere teatrali e narrative. Poi arrivò il momento della resa dei conti. Convinto che il suo disegno non avesse uno stile riconoscibile, decise di abbandonare del tutto la matita. Non solo: si impose una disciplina severissima, allenandosi a non scarabocchiare più nulla, nemmeno durante le riunioni. Il disegno rimase così sullo sfondo, sacrificato in favore della scrittura — che, ironia della sorte, avrebbe continuato a funzionare come una forma raffinata di disegno mentale, fatta non di linee, ma di immagini.
Durante la sua adolescenza a Sanremo, Italo Calvino non fu soltanto il bambino che amava disegnare, ma anche un lettore vorace e curioso di tutto ciò che la letteratura e la stampa di quegli anni potevano offrire. A partire dai dodici anni si avvicinò con entusiasmo a riviste satiriche e umoristiche come Marc’Aurelio, Bertoldo e Settebello, libere dallo stile retorico imposto dal regime fascista; fu, infatti, proprio su queste pagine che iniziò a dilettarsi a disegnare vignette e fumetti, mettendo in campo quel gusto ironico che non lo avrebbe più abbandonato. Parallelamente, il giovane Calvino divenne un assiduo frequentatore del cinema locale, spesso presente più volte al giorno nelle sale della cittadina ligure, dove si perdeva tra film d’avventura e storie esotiche che allargavano la sua immaginazione ben oltre i confini della provincia. Al liceo classico Calvino strinse un’amicizia destinata a segnare tutta la sua vita: quella con Eugenio Scalfari, con il quale formò una piccola “banda” di amici, un gruppo di circa quindici ragazzi che trascorrevano il tempo parlando di libri, poesia, scoperte scientifiche, e persino Dio, scherzosamente soprannominato «Filippo» tra di loro. Questa fase, fatta di discussioni animate e scambi culturali, fu un terreno fertile in cui maturarono interessi intellettuali ben più ampi della semplice lettura di romanzi: si dibatteva di Montale e Ungaretti, si scoprivano le frontiere della fisica teorica e si mettevano in discussione le idee dominanti della gioventù, in un clima di curiosità intellettuale che rifletteva la vivacità culturale di Sanremo prima della guerra. Tuttavia, l’inasprimento del fascismo e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale travolsero quei sogni di spensieratezza proprio mentre Calvino stava attraversando il pieno dell’adolescenza. L’Italia entrò in guerra nel 1940, e per il giovane fu l’inizio di un periodo di rottura profonda con quella “belle époque” ligure che, come egli stesso ricordò, finì con gli accordi di Monaco tra Chamberlain, Hitler e Mussolini. Eppure, nemmeno il frastuono delle bombe riuscì a spegnere l’immaginazione e la fantasia che hanno sempre contraddistinto Calvino, ed è proprio la guerra che ci avrebbe restituito il Calvino scrittore che conosciamo. Dopo aver terminato il liceo nel 1941, Calvino si iscrisse all’Università di Torino alla facoltà di Agraria, assecondando la tradizione familiare più che una vera vocazione. Intanto, però, la sua attenzione continuava a spostarsi altrove: verso la letteratura, il cinema, il teatro, la scrittura. In quegli anni nacquero i suoi primi racconti, poesie e testi teatrali, mentre la passione per il disegno umoristico e la satira trovava spazio in alcune vignette pubblicate con lo pseudonimo di Jago. Anche le prime recensioni cinematografiche portavano già la sua firma, comparse sui giornali locali poco dopo la maturità. Erano esperimenti, tentativi, deviazioni solo in apparenza marginali: in realtà, i primi tasselli di un percorso in cui immagini, ironia e parole cominciavano a fondersi, preparando il terreno a quella scrittura capace, negli anni a venire, di costruire mondi destinati a restare.
Martina
E tu, quali libri di Calvino hai letto? Quale ti ha appassionato di più?
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