Marguerite Yourcenar, Grace Frick e Jerry Wilson: tra amore e dipendenza

Pubblicato il 5 gennaio 2026 alle ore 09:39

Conoscere le storie d’amore degli autori è da sempre, per me, una fonte di irresistibile curiosità. Scoprire le dinamiche — travagliate o felici — delle loro relazioni li rende immediatamente più vicini, più umani; leggere le lettere scritte di loro pugno all’amata o all’amato mi ha sempre ricordato quanto tutti noi, dal grande scrittore premio Nobel al più comune dei lettori, siamo ugualmente vulnerabili davanti all’amore e a tutto ciò che si porta dietro. Oggi le collane dei classici delle case editrici pullulano di corrispondenze epistolari e diari d’autore e, sebbene qualcuno di loro probabilmente si rivolti nella tomba invocando il diritto alla privacy, credo che queste pubblicazioni ci permettano di avvicinarci davvero agli scrittori, al loro lato più intimo e meno monumentale. Di storie d’amore da raccontare ce n’è l’imbarazzo della scelta — da quelle felici e platoniche a quelle tormentate e febbrili — ma oggi voglio soffermarmi su due legami particolari, forgiati non solo dal sentimento, ma anche, e forse soprattutto, dalla dipendenza. Parlo di due relazioni di Marguerite Yourcenar: quella con Grace Frick e quella con Jerry Wilson.

 

Prima di arrivare a loro, però, vale la pena introdurre brevemente chi fosse Marguerite prima di questi due incontri (chi è già informato può tranquillamente saltare al prossimo paragrafo). Nata nel 1903 in una famiglia franco-belga, Marguerite perde la madre pochi giorni dopo la nascita e cresce accanto a un padre spesso assente. Priva di giochi, trova nei libri il suo rifugio naturale e diventa una lettrice precoce, avvicinandosi fin da bambina al greco e al latino.Durante la guerra si trasferisce in Inghilterra, dove la passione per la letteratura si consolida parallelamente al rapporto con il padre: insieme traducono testi e, a soli sedici anni, Marguerite prende una decisione definitiva — diventerà una scrittrice. Pubblica le prime poesie con lo pseudonimo “Marg Yourcenar”, anagramma del cognome Crayencour, e inizia a costruire uno stile fondato sullo studio rigoroso, sul viaggio e su una continua, quasi ossessiva, revisione. Dopo la morte del padre intraprende una vita nomade e radicalmente libera, spostandosi tra l’Italia e la Grecia e incontrando persone destinate a segnare profondamente la sua carriera. Forte, testarda e profondamente indipendente, Marguerite incarna un’idea di libertà che non rinuncia mai alla lucidità, al controllo e a una disciplina ferrea.

 

È nel 1937 che Marguerite incontra Grace Frick a Parigi: un vero colpo di fulmine destinato a segnare profondamente la sua vita, tanto privata quanto letteraria. Sebbene siamo ancora negli anni Trenta del Novecento, Marguerite non ha mai vissuto la sessualità come un tabù e non trova nulla di sorprendente nel sentirsi attratta tanto dagli uomini quanto dalle donne. Grace, dal canto suo, non perde tempo: la invita a trascorrere l’inverno con lei negli Stati Uniti. Marguerite, reduce da un rapporto ormai stagnante con il suo editore André Fraigneau (che, per inciso, preferiva la compagnia maschile), attraversa un momento emotivamente complesso, ma finisce per accettare quell’offerta che sa di fuga e di promessa insieme. Con l’arrivo della Seconda guerra mondiale, le due si rifugiano nuovamente in America. Durante gli undici lunghi anni di permanenza, Marguerite si limita a tradurre, a scrivere per alcuni giornali e a tenere letture pubbliche. New York, però, non le piace affatto: la città le appare incapace di offrirle ciò di cui sente di avere bisogno. A questo si aggiungono il dolore e l’angoscia per le sorti dell’Europa in guerra, dove ha lasciato affetti, luoghi e una parte essenziale di sé. In questo scenario, Grace non rende le cose più semplici. Teme che il contatto di Marguerite con gli intellettuali rimasti nel vecchio continente possa allontanarla da lei e cerca, più o meno apertamente, di limitarlo. Gli anni 1942-43 sono particolarmente duri per Marguerite, e Grace si dedica completamente a confortarla e sostenerla. È allora che la scrittrice si rende conto di una verità scomoda: pur sentendosi in una sorta di schiavitù, ha bisogno proprio di quel supporto incondizionato che la compagna non le fa mai mancare. Finita la guerra, mentre gli intellettuali tornano lentamente in Europa, Marguerite esita ma sceglie di restare: preferisce il comfort di una vita costruita su misura da Grace all’incertezza del ritorno. In America inizia a insegnare italiano e francese, ma senza instaurare veri rapporti con studenti e colleghi, diventando una presenza quasi invisibile e al tempo stesso rigidamente autoritaria — la classica prof che nessuno dimentica, ma non per le ragioni giuste.

 

Nel 1949 Marguerite riprende in mano alcuni vecchi appunti e da quel materiale germinale nasceranno le Memorie di Adriano. Durante la stesura, ogni frase, ogni parola, passa al vaglio di Grace, che ricontrolla il testo con un’attenzione scrupolosa e spesso inflessibile. Un lavoro che Marguerite considera preziosissimo, al punto da dedicare il libro proprio alla compagna. Nel 1950 le due trovano casa a Mount Pleasant e il loro rapporto scivola lentamente nella monotonia dell’abitudine. Vivono in modo così riservato e isolato rispetto alla comunità locale che i bambini del quartiere iniziano a fantasticare: quella, dicono, è la casa delle streghe. Intanto Marguerite riallaccia i rapporti con i vecchi amici e, dopo la pubblicazione delle Memorie di Adriano nel 1951, i viaggi in Europa si moltiplicano. Il libro è un successo clamoroso e, mentre la fama della scrittrice cresce, il rapporto con Grace si fa sempre più complesso. Arrivano le lettere degli ammiratori, aumentano le assenze di Marguerite, e Grace diventa via via più possessiva. Se da un lato Marguerite non ha alcuna intenzione di rinunciare a quella vita riconquistata, dall’altro è perfettamente consapevole di quanto abbia bisogno di Grace come sostenitrice, “manager” e testimone del proprio lavoro. Grace, invece, è tormentata da una certezza opposta e dolorosa: Marguerite è in grado di scrivere anche senza di lei, come del resto ha sempre fatto prima del loro incontro. I ruoli di potere e dipendenza, nella coppia, si scambiano continuamente. Nel 1958 Grace si ammala di tumore al seno. Nonostante l’operazione, la malattia continua a ripresentarsi, suscitando una profonda preoccupazione in Marguerite, che tuttavia non rinuncia mai alla sua postura autoritaria e controllata. Con il successo de L’opera al nero nel 1968, Grace si mostra al tempo stesso orgogliosa e gelosa, una gelosia a cui Marguerite finisce per cedere. Molte delle nuove amicizie che la scrittrice avrebbe potuto coltivare in quegli anni vengono ostacolate dalla compagna e, pur detestando queste limitazioni, l’ammirazione per il coraggio con cui Grace affronta la malattia spinge Marguerite al silenzio. Con il peggiorare delle condizioni di Grace, Marguerite sembra ormai divisa tra due mondi inconciliabili: da un lato la casa americana, segnata dalla malattia e dalla quotidianità condivisa; dall’altro Parigi, pronta ad accoglierla all’Académie française, prima donna della storia a varcarne le porte. Nonostante tutto, Grace continua a seguire attentamente la vita della compagna, preoccupandosi anche della sua salute mentale: in quel periodo Marguerite attraversa una fase oscura, segnata da una profonda depressione e da una sorta di estraniazione da sé. Alla morte di Grace, nel 1979, Marguerite realizza fino in fondo quanto la compagna fosse stata fondamentale, anche nelle cose più banali. Non conosce il numero del supermercato che consegnava la spesa, non sa come prenotare un ristorante, ha perfino disimparato a rispondere al telefono: a tutto questo pensava Grace. È solo allora che l’assenza rivela la misura esatta di una presenza.

 

Solo qualche tempo dopo, Marguerite intreccia un legame con il giovanissimo Jerry Wilson, una relazione che le restituisce un senso di vitalità e il desiderio di rimettersi in viaggio. Accanto a lui avverte una sorta di nuova giovinezza, qualcosa che nessun premio o consacrazione letteraria avrebbe potuto regalarle. Il rapporto, però, si deteriora rapidamente. La tensione è palpabile e, anche in questo caso, non è semplice stabilire chi conduca davvero il gioco. Marguerite probabilmente desidera tornare a sentirsi parte di una coppia e finisce per sovrapporre alla figura di Jerry quella di André Fraigneau, il suo primo amore. Wilson, dal canto suo, ammira la statura intellettuale della scrittrice ma soffre profondamente la sua età, reagendo spesso in modo distruttivo, con comportamenti violenti sul piano fisico e psicologico. Gli amici di Marguerite restano sorpresi nel vederla, per la prima volta, in una posizione di evidente soggezione. Wilson inizia a bere molto e a frequentare un coetaneo, Daniel, con il quale intreccia una relazione parallela. I due arrivano persino a ricattare Marguerite e a sottrarle del denaro. Daniel finirà arrestato per traffico di droga; Wilson, invece, inizia a soffrire di ricorrenti febbri alte, primi segnali di una malattia — l’AIDS — che lo porterà alla morte poco tempo dopo.

 

Dopo la scomparsa di Wilson, Marguerite si sente stanca, improvvisamente vecchia e profondamente sola. I problemi di salute si intensificano, ma non le fanno perdere del tutto il desiderio di muoversi e viaggiare. In seguito a un attacco di cuore torna nella casa di Mount Pleasant, dove continua a scrivere. Un secondo infarto segna l’inizio di un progressivo indebolimento fisico e mentale. Marguerite Yourcenar muore il 17 dicembre 1986. La morte della scrittrice non chiude soltanto la parabola di una delle voci più alte del Novecento, ma anche l’esistenza di una donna segnata non solo da riconoscimenti e consacrazioni letterarie, bensì da legami ambigui, necessari e spesso dolorosi. Relazioni che, lette oggi, hanno il sapore inquietantemente familiare di quegli “amori tossici” contemporanei contro i quali non siamo mai messi abbastanza in guardia. Le relazioni con Grace Frick e Jerry Wilson, così diverse per forma e intensità, sembrano rivelare una stessa costante: il bisogno profondo di un “altro” che fosse al tempo stesso sostegno, specchio e limite. Yourcenar, così lucida e controllata sulla pagina, appare nella vita privata vulnerabile, capace di cedere, di dipendere, persino di smarrirsi. E forse è proprio in questa frattura che si annida la sua grandezza. L’autrice che ha dato voce agli imperatori, che ha scandagliato il tempo e la memoria con precisione quasi chirurgica, non è mai riuscita a sottrarsi alle contraddizioni dell’amore. La disciplina ferrea del suo lavoro convive con una vita sentimentale segnata da squilibri di potere, silenzi accettati e compromessi sofferti. Leggere oggi le sue opere alla luce di questi legami non significa ridurla alle sue relazioni, ma piuttosto avvicinarla. Spogliare Marguerite del mito per restituirla alla sua umanità: una donna che ha cercato la libertà senza rinunciare al bisogno di appartenere, che ha esercitato il controllo senza mai smettere di desiderare l’abbandono. È in questa tensione, irrisolta e profondamente moderna, che Yourcenar continua a parlarci.

 

 

Martina

E tu, conoscevi le relazioni travagliate di Yourcenar? Ne hai mai colto alcuni riferimenti all’interno delle opere? 

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