Ormai Natale è alle porte, lo si respira dappertutto. Passeggiando per le strade, non si possono non notare le luci che ricoprono le verande dei negozi, che si arrampicano sui balconi delle case e quelle che si intrecciano tra i rami degli alberi spogli, facendoli sembrare vestiti a festa. Anche l’aria ha un profumo diverso, quello pungente dell’inverno che incombe, di foresta, che si fonde insieme all’aroma di dolci appena sfornati e caffé bollente, proveniente dalle caffetterie e dalle case. Sembra assurdo, ma se tendiamo l’orecchio, al di là del rumore dei passi e del traffico, mi sembra di sentire il rumore di tante piccole campanelle. Assurdo, lo so, eppure è questa per me la famosa “magia del Natale” (dopo Babbo Natale, si intende). Ma oggi non avevo tempo di prestare occhi e orecchie a questo spettacolo, dovevo affrettarmi se non volevo tardare al mio appuntamento speciale. Devo ammettere che ero rimasta colpita dal locale che il mio ospite aveva scelto per il nostro rendez-vous: un posto spazioso e dalle luci calde, con le decorazioni che tappezzavano ogni angolo e un inconfondibile odore di vin brulé che rendeva i clienti allegri e piacevolmente rumorosi. Sondai con lo sguardo l’intero locale finché non identificai Ebenizer Scrooge intento a parlare gaiamente con tre persone sedute ad un tavolo. Il campanello della porta che aveva annunciato il mio ingresso lo distrasse dalla conversazione e volgendo lo sguardo verso l’entrata mi vide e sorrise entusiasta. Mi venne incontro con fare pimpante e dopo una breve presentazione decidemmo di prendere posto al bancone. Lui prese una grossa tazza di cioccolata calda, mentre io chiesi un latte caldo che Ebenezer mi suggerì di aromatizzare con della cannella e del cacao. Solo dopo aver sorseggiato metà della sua tazza mi invitò a fare tutte le domande che volessi e io non mi feci pregare.
Signor Scrooge, prima di iniziare: dopo tanti anni in cui la sua storia è diventata un simbolo natalizio, come vive oggi l’idea di essere un personaggio letterario che tutti credono di conoscere già?
E.S.: Ah, essere “un personaggio che tutti credono di conoscere” è, mi creda, un’esperienza assai singolare. Da lungo tempo mi si ritrae come l’archetipo del vecchio avaro, campione indiscusso dell’avarizia e del cattivo umore. Molti continuano a ridurmi ad una sorta di grottesca vignetta, dimenticando che io non sono che il protagonista d’un racconto di mutamento, di un itinerario morale assai arduo, soprattutto per un uomo della mia età! Ma mi rendo conto che questa sia una sorte comune tra i personaggi letterari, ed è proprio per questo che mi reputo sinceramente lieto d’avere l’occasione di oltrepassare la leggenda che mi ha inseguito per decenni. Confesso, senza troppa vergogna, che diventare un simbolo mi ha recato all’inizio qualche timore; ma ora, dopo tutti questi anni, non posso negare che mi lusinghi. Se la mia tribolata esperienza potrà indurre qualcuno ad interrogarsi sul proprio animo – e forse anche ad addolcirlo un poco, senza il bisogno della visita inattesa di spettri notturni – ebbene, ne sarò più che soddisfatto. E mi conforta sapere che, ai giorni nostri, si sia soliti rammentare soprattutto la mia seconda metà, e non la prima. Poiché, mi dica: chi mai vorrebbe essere giudicato dalla peggior versione di sé? Io no di certo, signorina!
Ora entriamo nel merito della sua storia. Dopo le famose visite dei tre Spiriti, qual è stato il cambiamento più difficile da mantenere nel lungo periodo?
E.S.: Mantenermi costantemente gentile. Oh, come credevo che bastasse una notte di apparizioni soprannaturali per cambiare tutto! E invece no: al mattino seguente c’era comunque la fila dei clienti insolventi, la contabilità in disordine e la città che non smetteva di essere… beh, Londra. Il vero lavoro non è stato cambiare, ma diventare la versione di me che gli Spiriti mi avevano mostrato essere possibile, non facile. Ogni giorno scelgo di essere paziente invece che irascibile, generoso invece che sospettoso. È un esercizio costante, e che non sempre mi riesce senza sforzi.
Guardando indietro, che ruolo ha avuto la solitudine nel suo vecchio caratteraccio?
E.S.: Mi trovavo, per così dire, murato vivo entro un castello di abitudini, ciascuna eretta con l’unico scopo di nascondermi dal mondo e dalla moltitudine d’anime moleste che lo popolano. La solitudine, allora, mi pareva un mezzo assai elegante per non correre il rischio di veder l’animo ferito. Andavo persuadendomi che tale isolamento mi fosse di giovamento, come fosse sinonimo di efficienza e di rigida disciplina. Sciocchezze, naturalmente! Non era che timore malcelato sotto le spoglie della prudenza. Gli Spiriti ebbero l’ardire di mostrarmi quanto sia, in verità, ben più pericoloso il sigillarsi oltre misura che non l’esporsi, sia pur di poco, alla corrente viva e frastornante dell’umanità.
Parliamo di soldi: qual è il rapporto sano con il denaro che ha scoperto dopo la sua trasformazione?
E.S.: Il denaro, mi creda, è un servitore eccellente ma un padrone d’indole tirannica. Un tempo ero convinto che la sua funzione primaria consistesse nell’accumularsi in silenziosi mucchi da custodire con gelosa diffidenza. Oggi ho appreso che esso può e deve circolare, mutarsi in opportunità per altri e generare benessere. Ho perfino scoperto che investire nella felicità altrui rende assai più di qualsivoglia interesse bancario. E, fatto del tutto non trascurabile, da quando lo pratico dormo con una serenità che nessuna bustina di melatonina avrebbe mai potuto concedermi.
Come descriverebbe Bob Cratchit oggi?
E.S.: Un uomo infinitamente più saggio di quanto io stesso sia mai stato. Egli ha sostenuto privazioni, portato sulle spalle grandi responsabilità, fronteggiato malanni che hanno afflitto i suoi cari… e nondimeno non ha mai cessato di mostrarsi cortese e benigno. E pensare che non ebbe neppure bisogno d’una severa ammonizione da parte di quei tre spiritelli per mostrare il meglio del suo cuore! Un tempo lo reputavo debole, ora, invece, lo considero l’anima più forte ch’io abbia mai incontrato sul mio cammino. E confesserò, senza troppa ritrosia, che lo scribacchiare della sua penna d’oca mi è persino mancata durante le festività.
Il Piccolo Tim è diventato un simbolo universale di speranza. Com’è vederlo crescere?
E.S.: È come osservare un germoglio diventare un albero robusto. Da adulto ha un’energia vivida e una determinazione capace di smuovere anche i cuori più duri. Sapere che, senza un cambiamento della mia condotta, quel futuro non sarebbe esistito… mi ricorda ogni giorno quanto siamo responsabili gli uni degli altri. A proposito di Tim, devo proprio ricordarmi di inviargli un bel messaggio di auguri, magari con qualche sticker natalizio, ha presente quelli con i gatti? Ne trae sempre un tale diletto!
Qual è la lezione più inaspettata che ha ricevuto dai tre Spiriti?
E.S.: Che il tempo non è un’entità neutrale. Il passato pesa, il presente sfugge, il futuro si plasma con ciò che decidiamo ogni giorno. E soprattutto, rammenti bene che non si è mai troppo vecchi — né troppo orgogliosi — per cambiare la propria rotta. Come dico sempre: nessun libro mastro è troppo sbilanciato per essere ricompilato!
In che modo la sua esperienza può parlare ai lettori moderni, lontani dall’Ottocento vittoriano?
E.S.: Poiché, in verità, l’animo umano muta ben poco nel volgere dei secoli. Continuiamo a colmare le nostre giornate di fatiche, timori di fallire e affanni d’ordine economico; e ciononostante ignoriamo ciò che realmente importa: il modo in cui ci rivolgiamo gli uni agli altri. La mia vicenda non è che una lente d’ingrandimento, atta a mostrare come una trasformazione sia sempre possibile, anche quando appare improbabile o tardiva.
Cosa risponderebbe oggi a qualcuno che dice “Il Natale è solo consumismo”?
E.S.: Mi viene da sorridere, poiché un tempo sarei stato io stesso il primo a pronunciare una simile sentenza, e con maggiore veemenza di quanto sia ora disposto ad ammettere. Oggi, invece, rispondo così: “Il Natale è ciò che decidi che sia.” Se lo si riduce a una frenetica corsa ai regali, è naturale che esso smarrisca ogni significato; ma se lo si tramuta in un’occasione per tornare veramente umani, per fissare negli occhi coloro che ci sono vicini e dimostrare loro la nostra gratitudine, allora diviene una benedizione — persino per un vecchio contabile che per anni ha contato le monete più delle emozioni. La festa, al pari del denaro, è cosa neutra: siamo noi a conferirle valore.
Infine, come festeggerà questo Natale?
E.S.: Come accade ormai ogni anno! Una tavola degnamente imbandita, la famiglia Cratchit al completo, Michael Bublé in sottofondo, qualche brindisi e molte risate. Poi farò il mio consueto giro per recare qualche dono a coloro che versano nel bisogno. Poiché, dopotutto, anche per loro è pur sempre Natale.
Ebenezer parlava con aria bonaria ma distinta, simile a quella tipica dei nonni di una certa età, una caratteristica del tutto in contrasto col suo aspetto spigoloso. Terminata la nostra chiacchierata, il signor Scrooge si rimise il cappotto nero e la sciarpa che aveva lasciato sullo sgabello del bancone, e nel sollevarli apparve un grazioso pacchetto regalo.
E.S.: Oh ecco! Quasi mi dimenticavo. Signorina, questo è per lei!
Mi porse il pacchetto avvolto in una carta rossa brillante. Lo presi con un misto di stupore e gratitudine, lo ringraziai di cuore e lui, sorridendo, mi augurò buon Natale. Era già uscito quando fui tentata di aprire il regalo, ma mi fermai appena in tempo: per un dono così speciale, avrei certamente atteso la mattina di Natale.
Martina
E tu, hai amato il personaggio di Ebenezer Scrooge? Quale pensi che sia il messaggio che il personaggio ha voluto trasmettere? Perché, a tuo parere, Ebenezer Scrooge e la sua parabola sono tutt’oggi attuali?
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