Sono pronta a scommettere che a molti di voi il nome Hans Christian Andersen suoni vagamente familiare… o forse del tutto nuovo. Eppure, so per certo che le sue storie vi hanno accompagnato fin da piccoli. Se vi dicessi che è lui l’autore de La principessa sul pisello, Pollicina, La sirenetta, Il brutto anatroccolo e La piccola fiammiferaia, allora sono sicura che vi suonerebbe subito più noto, vero? Le sue fiabe hanno fatto il giro del mondo, eppure il suo nome non viene ricordato quanto meriterebbe — un po’ ingiusto, se pensiamo a quanto l’autore danese abbia influenzato la letteratura popolare e l’immaginario collettivo di generazioni intere.
Da bambina ho sempre amato le storie. Mia nonna le raccontava a me, a mio fratello e a mia cugina tenendoci sulle ginocchia o accanto a lei, sulla poltrona davanti al camino, nei pomeriggi domenicali di pioggia. Ed è proprio per questo amore per le fiabe che oggi voglio parlarvi di Andersen: un autore incredibile, forse un po’ dimenticato, a cui devo tanti viaggi immaginari e quel nutrimento prezioso che ha alimentato la mia fantasia di bambina… e continua a farlo ancora oggi.
Nacque nel 1805 a Odense, in Danimarca, in una famiglia poverissima. Suo padre, un calzolaio con il cuore da sognatore, gli trasmise l’amore per i libri e le storie, in particolare per Le mille e una notte, una delle loro letture preferite. La madre, lavandaia, gli lasciò invece in eredità il mondo delle fiabe popolari danesi, che si mescolarono presto alle letture paterne e alimentarono l’immaginazione di un bambino sensibile e solitario. Hans era un piccolo artista in erba: costruiva teatri di carta, recitava da solo intere tragedie di Shakespeare e sognava i palcoscenici veri. Ma la vita non fu tenera con lui: perse il padre a undici anni, la madre scivolò nella povertà, e a soli quattordici anni il ragazzo fuggì a Copenaghen con un sogno in tasca — diventare famoso. Dopo rifiuti, umiliazioni e fame, trovò infine un mentore, Jonas Collin, che lo aiutò a studiare e a credere in se stesso. Fu un percorso difficile, ma da quella testardaggine nacque il genio che avrebbe dato vita alle fiabe che hanno accompagnato la nostra infanzia. Viaggiatore instancabile, amato e criticato, amico di musicisti e scrittori, Andersen riuscì a trasformare la sua vita fragile e incerta in un racconto meraviglioso, dove i sogni si intrecciano sempre con la realtà.
In particolare, in questo articolo voglio raccontarvi dell’incontro e della convivenza con il suo idolo letterario, nonché altro grande scrittore di racconti natalizi: Charles Dickens.
Era l’estate del 1847 e Andersen, ancora poco conosciuto in Inghilterra, si lasciò andare durante una festa a elogi sdolcinati nei confronti del celebre Dickens, definendolo — occhi a cuoricino bene in vista — “il più grande scrittore del nostro tempo”. L’incontro successivo fra i due scrittori fu cordiale, e Andersen tornò in Danimarca esultante, convinto di aver incontrato il suo idolo senza delusioni. Dickens, forse incuriosito dal giovane danese, gli inviò qualche settimana dopo un pacchetto di libri con un biglietto personale. Di questo, si sarebbe probabilmente pentito più avanti, dato che Andersen, letteralmente incoraggiato, iniziò a scrivere a Dickens con regolarità… per nove anni.
Ma non è tutto. Nel 1856, stanco di questa corrispondenza, Dickens scrisse un messaggio apparentemente cortese: Andersen sarebbe il benvenuto a casa sua, “se mai si trovasse nei paraggi”. Ma, come spesso accade con l’arte della diplomazia sottile, il vero significato era l’opposto. Andersen, purtroppo, non colse la sfumatura: nel marzo 1857 annunciò che sarebbe venuto in Inghilterra per “un breve soggiorno” a Gad’s Hill. Arrivò in giugno, pronto a diventare coinquilino del suo eroe, e con una richiesta che avrebbe fatto alzare le sopracciglia a chiunque: voleva che uno dei figli di Dickens gli facesse la rasatura quotidiana, una consuetudine danese per gli ospiti maschi. Dickens, perplesso, gli trovò un barbiere vicino.
Il tempismo del nuovo ammiratore non era dei migliori: Dickens stava attraversando un periodo complicato — tra critiche a Little Dorrit, problemi sentimentali e impegni teatrali — e Andersen, teneramente ingombrante, certo non aiutava. Leggendo le sue lettere, il disappunto di Dickens emerge chiaramente (e forse non del tutto a torto): egli si lamentava che Andersen mettesse oggetti nelle scarpe per paura di furti, ritagliasse carta e raccogliesse fiori selvatici. Inoltre, parlava francese “come Peter il Ragazzo Selvaggio” e inglese “come in una scuola per sordi”. Insomma, un vero incubo di ospitalità.
Quando Andersen se ne andò, consapevole di non aver fatto un’impressione positiva (seppur certamente memorabile) inviò una lettera di scuse: “Per favore, dimenticate l’aspetto sfavorevole che la nostra convivenza può avervi mostrato di me.” Dickens, dal canto suo, scrisse sullo specchio della stanza degli ospiti: “Hans Andersen ha dormito in questa stanza per cinque settimane — che sono sembrate all’intera famiglia un’eternità!”.
In fondo, questa buffa storia ci ricorda una verità semplice: incontrare i propri eroi può essere meraviglioso… ma forse non è il caso di farli trasferire in casa tua.
Martina
E tu, cosa ne pensi di questo coinquilino? Hai mai letto i racconti di Andersen? Cosa pensi di questo scrittore?
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